IN FASE DI SCRITTURA – PRESTO DISPONIBILE
Autore: Simo Tratzi
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Il cane che vogliamo o il cane che è?
Educazione, razze, bisogni emotivi e responsabilità: un’analisi del rapporto tra esseri umani e cani oltre gli stereotipi
Siamo davvero sicuri che il nostro diritto a sentirci al sicuro valga più delle emozioni di chi ci ama senza condizioni?
A volte dimentichiamo che il cane non è semplicemente un animale da controllare, ma un compagno con cui condividere la vita. Non è una macchina da addestrare, bensì un essere vivente dotato di emozioni, paure e desideri.
Questo articolo nasce dopo essermi imbattuto in un video su Instagram in cui un tecnico cinofilo mostrava a vari proprietari interventi di manipolazione per inibire i morsi e i tentativi di attacco del cane quando questi ultimi cercavano di prenderlo in braccio.
Il video ha catturato la mia attenzione soprattutto per ciò che ha scatenato nei commenti, e cioè, una vera e propria controversial discussion (discussione in cui ci sono opinioni e punti di vista contrastanti su un argomento specifico, spesso con un livello di conflitto e disaccordo notevole): da un lato, diverse persone apprezzavano e promuovevano l’intervento del tecnico cinofilo, giustificandolo e ritenendo quella manipolazione come una cosa corretta e necessaria per proteggere la famiglia dagli attacchi del cane, e per far sì che questa potesse soccorrerlo senza problemi nei casi in cui ce ne fosse bisogno; dall’altro, persone più attente alle emozioni del cane, che risultavano visibili nel video attraverso segnali come il respiro affannoso, la tachicardia e la paura, manifestata dalla coda ripiegata tra le zampe posteriori, si sono mostrate contrarie e scettiche riguardo l’intervento di manipolazione agito sul cane, denunciandone la mancanza di attenzione verso i sentimenti del cane.
Con l’aiuto di un esperto cinofilo, ho cercato di capire se quella tecnica fosse davvero corretta, professionale e utile per il bene del cane e della sua famiglia – anche se dall’esterno può sembrare dura – oppure se si trattasse invece di uno stress ingiustificato che tradisce una cattiva gestione e che giustifica le critiche ricevute.
il rapporto tra esseri umani e animali: compagni, non strumenti
Nel momento in cui scegliamo di condividere la vita con un cane, ci assumiamo il dovere di rispettarlo: non solo di addestrarlo.
Molte persone considerano ancora gli animali come esseri inferiori all’uomo, conservando una visione antropocentrica che pone l’essere umano al centro di tutto, in una posizione di dominio rispetto al resto della vita. Questa prospettiva porta a credere che gli esseri umani siano superiori per status e valore agli altri animali, e che quindi meritino maggiori diritti e considerazione.
Su questa idea si fonda lo specismo, ovvero la discriminazione basata sull’appartenenza a una specie, che tende a privilegiare l’essere umano a discapito di tutti gli altri animali.Lo specismo genera un rapporto asimmetrico tra uomo e animale, in cui quest’ultimo viene ridotto a strumento al servizio dell’uomo: gli si impongono regole, comportamenti, modalità di esistenza che non rispettano la sua individualità.
Tuttavia, questa ideologia è profondamente sbagliata. Gli animali, come gli uomini, sono capaci di provare emozioni — amore, dolore, paura, gioia — e questa, tra tante altre similitudini, li rende molto più vicini a noi di quanto spesso si ammetta.Chi accoglie un cane nella propria vita deve comprendere che il cane non è un oggetto di cui essere “proprietari”, ma un essere vivente dotato di valore intrinseco. Bisognerebbe quindi abbandonare l’idea di essere “padroni” e abbracciare invece il ruolo di amici e compagni, responsabili della sua cura e del suo benessere.
La relazione con un cane è, infatti, una relazione simmetrica: noi lo guidiamo, ma anche il cane, a suo modo, ci guida. Cresciamo insieme, impariamo insieme, miglioriamo grazie alla presenza dell’altro.
Avere un cane significa costruire ogni giorno un’amicizia autentica, fondata sulla reciprocità, sull’ascolto e sul desiderio di rispondere ai bisogni e ai desideri reciproci.Il cane non è un essere inferiore da comandare, ma un compagno di vita, dotato di emozioni, bisogni, carattere e volontà propri.
Come in ogni relazione sana, il legame con un cane si fonda su un dialogo continuo, su un rispetto reciproco, e su una collaborazione che arricchisce entrambe le parti. Non si tratta di esercitare potere, ma di camminare insieme: due individui diversi, ma pari in dignità, uniti da un legame di amore e fiducia.Tra le tante storie che parlano dell’incredibile legame tra l’uomo e il cane, una delle più commoventi è quella di Hachiko, un Akita nato in Giappone nei primi anni del Novecento.
Hachiko viveva con il professor Ueno, docente all’Università di Tokyo. Ogni mattina, Hachiko accompagnava il suo amico umano alla stazione di Shibuya, e ogni pomeriggio tornava puntualmente per aspettarlo al suo ritorno dal lavoro. Era un rituale quotidiano, semplice ma pieno di significato: un gesto di amore, di fiducia, di presenza reciproca.
Un giorno, però, il professor Ueno non tornò più. Colpito da un malore improvviso, morì mentre era all’università.
Nonostante l’assenza del suo amico, Hachiko continuò a recarsi ogni giorno alla stazione, alla stessa ora, aspettandolo, fino alla sua morte.
Le persone che frequentavano la stazione iniziarono a notarlo, a conoscerlo, a prendersi cura di lui, colpite da quella fedeltà incrollabile.
Hachiko non aspettava un padrone: aspettava un amico.
Il suo gesto non era frutto di un addestramento, né di un’obbedienza cieca: era l’espressione di un legame libero e profondo, nato dalla reciprocità.Ancora oggi, davanti alla stazione di Shibuya, si erge una statua di bronzo in onore di Hachiko: non solo per celebrare la fedeltà di un cane, ma per ricordare a tutti noi che l’amicizia vera supera ogni barriera — perfino quella tra specie diverse.
La storia di Hachiko ci insegna che il rapporto tra uomo e cane non è un rapporto di dominio, ma di amore, di lealtà, di pari dignità. È un legame che nasce e cresce nella libertà e nella fiducia.
Ci insegna che il valore di un essere vivente non si misura nella sua specie, ma nella sua capacità di amare.
l’importanza della razza: conoscere prima di scegliere
Il cane non è un oggetto da possedere né un nemico da controllare: è un compagno di vita, con emozioni e bisogni propri.
Ci credereste se vi dicessi che le razze dei cani sono simili ai vestiti che indossiamo?
Forse vi sembrerà un’analogia forzata, eppure è molto più reale di quanto si possa pensare.
Proprio come spesso giudichiamo il nostro valore in base ai marchi dei vestiti che portiamo addosso, così tendiamo a valutare — e a farci valutare — anche attraverso la razza dei cani che scegliamo di avere accanto.
Delle volte, sembra che siamo così insicuri al punto che, per darci valore, abbiamo bisogno di acquistarlo; in questo caso, acquistiamo cani di razza, spendendo anche migliaia di euro, per soddisfare il vizio dell’insicurezza e della pretesa di apparire.In una società sempre più ossessionata dall’apparenza, capita che alcuni non desiderino un cane per amore verso l’animale, ma per il bisogno egoistico di apparire, di esibire una razza costosa, di attirare attenzioni.
Spendiamo migliaia di euro per acquistare cani “di marca”, come se la loro esistenza servisse a colmare i nostri vuoti interiori.Purtroppo questa realtà mi preoccupa perché in essa si nasconde un pericolo profondo: quello dell’ignoranza.
Ogni razza canina porta con sé una storia, delle caratteristiche comportamentali, delle esigenze specifiche. E, nonostante una buona educazione possa aiutare a gestire alcuni comportamenti, non si può — né si deve — stravolgere la natura stessa di un cane.Un Border Collie non smetterà di essere iperattivo.
Un Rottweiler non smetterà di essere un cane potente e fiero.
Un Labrador non smetterà di cercare il contatto umano.
Possiamo guidarli, ma non cancellare chi sono.Le persone dovrebbero smettere di acquistare cani di razza sulla base dei loro desideri, senza neanche interrogarsi sulle caratteristiche comportamentali e sulle esigenze di quel cane.
Spesso si comprano cani di indole forte, convinti che basti addestrarli per inibire le loro risposte naturali, trascurando in questo modo i loro bisogni profondi e concentrandosi unicamente su ciò che l’uomo pretende. Si illudono di poter “plasmare” l’animale come fosse un oggetto, ignorando i suoi reali bisogni, la sua vera essenza.
Ancora una volta, si ripete la vecchia storia dell’uomo che si crede padrone assoluto della natura, anziché compagno rispettoso.I cani, ripeto, non devono essere al servizio dell’uomo, ma parte di una relazione di rispetto reciproco e pari dignità.
Ecco perché la responsabilità di chi decide di accogliere un cane è grande:
non è solo quella di prendersi cura di lui ogni giorno, di nutrirlo, educarlo e proteggerlo,
ma anche quella di informarsi, di conoscere a fondo le caratteristiche della razza, i bisogni specifici, il temperamento naturale.
La responsabilità parte dall’informazione e prosegue nella consapevolezza, nel continuo mettersi in discussione per rispettare davvero il cane che abbiamo scelto di avere al nostro fianco.Nonostante sia vero che l’educazione possa risolvere gran parte delle problematiche comportamentali, non si deve mai sottovalutare quanto sia fondamentale conoscere e rispettare la vera natura del proprio cane.
Non bisogna praticare l’ignoranza. Non bisogna scegliere solo per desiderio, senza porsi domande, senza interrogarsi, senza mettersi in dubbio.
Bisogna chiedersi se quel cane fa davvero per noi, per il nostro stile di vita, per il nostro ambiente e per il nostro momento presente.
Dobbiamo domandarci se possiamo rispettare i suoi bisogni e se siamo disposti a cambiare qualcosa di noi stessi per il suo benessere.Non dobbiamo pensare che sia sempre il cane a doversi adattare a noi, ma dobbiamo iniziare a incontrare le sue necessità, in un rapporto di reciprocità. Il legame con un cane dev’essere per questo un rapporto simmetrico.
I cani non sono trofei da esibire, né giocattoli da modellare a nostro piacimento.
Sono esseri viventi, con emozioni, bisogni e limiti.
Non esiste la razza “perfetta” per tutti, sempre.
Esistono razze che in certi momenti della nostra vita, per come siamo o per il contesto in cui viviamo, non sono compatibili con noi. E questo non è un fallimento: è rispetto, è maturità, è amore autentico.
Riconoscere i nostri limiti è il primo passo per costruire una relazione sana.LA RAZZA NON È UN MARCHIO DA INDOSSARE.
La razza racconta la storia di una specie, racconta i suoi bisogni, racconta la sua natura, le sue inclinazioni e le sue passioni.
Non racconta il suo valore. E di certo non racconta il valore di chi la sceglie.
tecniche di gestione e bisogni emotivi: trovare il vero equilibrio
Un cane non nasce per essere dominato. Nasce per essere capito.
Dopo aver parlato del legame paritario necessario con il proprio cane e aver denunciato il pericolo dell’ignoranza legata alla razza — chiaro segno dell’egocentrismo umano — siamo arrivati alla parte più tecnica di questo articolo.
Con l’aiuto di un esperta cinofila, cercherò di rispondere alla domanda che ha dato origine a questo percorso:
la tecnica utilizzata nel video è davvero corretta, professionale e utile per il bene del cane e della sua famiglia — anche se dall’esterno può sembrare dura — oppure si tratta di uno stress ingiustificato che tradisce una cattiva gestione e giustifica le critiche ricevute?Nel video, che per ragioni legali non posso condividervi, si osserva un cane che manifesta comportamenti aggressivi, come ringhiare e tentare di mordere chi cerca di prenderlo in braccio.
Un esperto tecnico cinofilo interviene applicando una tecnica di contenimento fisico: afferra il cane in modo deciso, immobilizzandolo per impedire ulteriori reazioni aggressive. Durante l’intervento, il cane mostra segnali di stress evidenti, come orecchie abbassate, battito accelerato, coda tra le gambe e respiro affannato.Riporto di seguito alcuni commenti — sia favorevoli che contrari — comparsi sotto al video:
Commenti a favore Commenti contrari Gli animalisti hanno preso una deriva mostruosa. Secondo voi una ragazza con un cane così cosa dovrebbe fare? Lasciarsi sbranare? Pensate che cambierà a forza di paroline dolci e sguardi languidi? O che i cani siano tutti uguali senza un’indole personale? Quando deve portarlo dal veterinario cosa deve fare, sedarlo a tranquillanti? Poi quando vi mangiano i figli piangete. L’unica cosa che si vede in questo video è come un cane è passato da uno stato di disagio alla completa inibizione. Sarebbe interessante capire come l’hai portato a questo stato di ansia e malessere. In un video di 2 minuti e mezzo non hai parlato una volta delle emozioni del cane: l’hai guardato mentre lo alzi e abbassi come una valigia per mostrare le tue immense capacità cinofile? Sono allibita. Ottimo lavoro! Da veterinario ne vedo di tutti i colori: gente che non sa mettere neanche la museruola al proprio cane! E mentre il cane fa il diavolo a quattro gli danno anche i biscottini per tenerlo tranquillo! Ma non vedete che è terrorizzato? La coda e la respirazione avete visto? Sta solo subendo. L’addestramento salva la vita. Solo passandoci, solo sperimentando in prima persona puoi accorgerti quanto questa frase sia vera. L’avete sfiancato prima di fare quella manipolazione? Ha il fiatone e il cuore a momenti gli esce dal petto, non ha semplicemente la forza di reagire… grazie al c***o aggiungerei. Ma io chiedo a tutti voi animalari/animalisti/animalati: quando il vostro veterinario manipola il cane per visitarlo, curarlo o salvargli la vita, gli rompete le balle in questo modo? Non è meglio che si insegni effettivamente al cane ad abituarsi a queste manipolazioni (anche forzate), così che qualsiasi evenienza si presenterà il proprietario potrà intervenire prontamente e senza esitazione? La mia famiglia ha un cane dal canile e le è stato insegnato a tenere la museruola obbligandola. Ora, quando la vede, scodinzola. Credo che uno stress forzato e temporaneo non sia un problema, ma una cosa necessaria per il cane e utile nella vita di tutti i giorni. L’unica cosa che vedo è la coda tra le gambe e il respiro affannato. Quel cane è terrorizzato. Per approfondire questo tema, ho deciso di confrontarmi con un’esperta cinofila.
La sua analisi mi ha offerto spunti di riflessione profondi sulla moderna concezione dell’educazione del cane.L’esperta mi ha spiegato che la cinofilia contemporanea si divide in due visioni opposte:
Da un lato, una cinofilia evoluta, che riconosce nei cani individui dotati di cognitività ed emotività complesse, paragonabili a quelle umane, come confermato anche da studi scientifici;
Dall’altro, una cinofilia meccanicistica, che considera il cane come un essere regolato da stimoli e risposte, da “aggiustare” attraverso il controllo dei comportamenti.
Secondo l’esperta, il comportamento aggressivo non è il vero problema, ma il sintomo di un disagio emotivo profondo, fatto di paura, frustrazione, trauma.
Tecniche che mirano a “spegnere” il comportamento possono funzionare nell’immediato, ma rischiano di provocare quello che viene definito shutdown: uno spegnimento emotivo. Il cane sembra calmo, ma è in realtà sopraffatto dall’angoscia e dalla perdita di controllo.Lo shutdown nel cane
Lo “shutdown” è uno stato di blocco emotivo e comportamentale in cui il cane, sopraffatto dallo stress o dalla paura, smette di reagire agli stimoli esterni. Non è un segno di obbedienza o tranquillità, ma piuttosto un meccanismo di sopravvivenza di tipo passivo, simile al “freezing” osservato in molte specie animali di fronte a una minaccia insormontabile. Un cane in shutdown può sembrare calmo e docile, ma in realtà è emotivamente dissociato e profondamente in difficoltà. È fondamentale riconoscere questo stato per evitare di interpretare erroneamente un comportamento patologico come una risposta positiva all’addestramento.Anche una semplice pressione psicologica — uno sguardo duro, un movimento brusco — può innescare questo spegnimento, soprattutto nei cani più fragili o traumatizzati.
Queste tecniche rapide e immediate funzionano perché danno risultati visibili subito, ma ignorano i bisogni emotivi più profondi dell’animale, lasciando il problema irrisolto sotto il tappeto.
Lavorare davvero per il benessere di un cane — emerge chiaramente dal confronto — richiede tempo, pazienza e rispetto delle emozioni, anche quando sono scomode o difficili da gestire.
Dunque, proprio come accade nel campo della psicoterapia umana, esistono diversi modi di intervenire:
- Un approccio mira a rimuovere il sintomo nel più breve tempo possibile, ottenendo risultati rapidi, meno dispendiosi a livello economico e pratico, ma sacrificando l’ascolto delle emozioni profonde;
- Un altro approccio sceglie invece di lavorare in profondità, costruendo una relazione di fiducia che porterà alla risoluzione del sintomo in modo naturale e duraturo, anche se con un percorso più lungo e complesso.
Nonostante la differenza sostanziale tra i due metodi, entrambi presentano vantaggi e criticità:
Approccio Vantaggi Svantaggi Tecniche tradizionali (stimolo-risposta, contenimento fisico) – Interventi rapidi ed efficaci nell’immediato.
– Consentono di prevenire danni a persone o ad altri animali nei casi di emergenza.
– Metodo semplice da insegnare e applicare per i proprietari inesperti.– Possibile stress psicologico e spegnimento emotivo del cane (shutdown).
– Rischio di non risolvere la causa profonda del problema comportamentale.
– Possibile perdita di fiducia tra cane e proprietario.
– Effetti a lungo termine difficilmente prevedibili.Tecniche evolute (cognitivo-emozionali, rispetto dell’individualità) – Favoriscono il benessere emotivo del cane.
– Costruiscono una relazione basata su fiducia e comprensione reciproca.
– Interventi più duraturi, che vanno a risolvere le cause profonde dei comportamenti problematici.
– Maggiore soddisfazione sia per cane sia per proprietario nel lungo periodo.– Richiedono più tempo e pazienza.
– Necessitano di conoscenze approfondite del comportamento e delle emozioni canine.
– Costi più elevati in termini di formazione e percorsi educativi.
– Risultati visibili solo nel medio-lungo termine.Entrambe le strade presentano potenzialità e limiti.
Forse il vero equilibrio, mi sono detto, sta nel riconoscere il contesto specifico, la fragilità del cane e la responsabilità umana di scegliere sempre il bene più profondo dell’animale, anche quando richiede sacrificio e impegno.
conclusioni: tra tecnica e rispetto, la via della consapevolezza
Tra noi e loro esiste un patto non scritto: il rispetto reciproco. A noi la responsabilità di non tradirlo.
In questo articolo ho voluto riflettere sul modo in cui ci relazioniamo ai nostri cani:
non come padroni, ma come compagni di vita.Abbiamo esplorato quanto sia importante riconoscere le emozioni e i bisogni profondi dei cani, conoscere le caratteristiche delle loro razze, rispettare la loro individualità.
Abbiamo anche analizzato tecniche di gestione differenti, mettendo a confronto approcci più rapidi e tradizionali con metodi più lenti ma orientati al benessere emotivo dell’animale.Non esistono risposte assolute.
Ogni cane è un individuo, ogni situazione è unica, ogni relazione racconta una storia diversa.Ed è proprio su questo che voglio lasciare aperta la riflessione:
Se foste di fronte a un comportamento difficile del vostro cane, quale approccio sentireste più vicino al vostro modo di essere?
Quando, secondo voi, sarebbe giusto usare una tecnica piuttosto che un’altra?
Che tipo di legame volete costruire con l’animale che avete accanto?Sono domande che non chiedono risposte immediate, ma che, forse, possono guidarci verso un rapporto più consapevole, rispettoso e profondo con i nostri amici a quattro zampe.
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La convivenza con l’assenza
“Giochiamo a non farci vedere?”
Ricordo le domeniche d’estate, noi che giocavamo sulla spiaggia e loro che parlavano della vita.
Ricordo i tramonti di quelle sere che non volevamo finissero mai. Lasciavamo il mare con un sentimento di nostalgia, mentre tornavamo a casa ad una routine di vita che ci apparteneva, ma che sentivamo il bisogno di abbandonare, anche solo per quel tempo necessario a vivere quella magia. E accadeva spesso che quella nostalgia diventava così forte che la sera stessa trovavamo sempre una scusa per rincontrarci.
Cambiava il luogo ma non quel bisogno di stare insieme, di evadere dalla realtà.
Nel momento di andar via, ci salutavamo sempre come se fossimo incoscienti, come se fingessimo di non sapere che da lì a poco ci saremmo chiamati per mettere insieme gli avanzi della giornata e riunirci per cenare insieme.
Come un rituale.
Forse avevamo bisogno di credere che ogni fine fosse qualcosa che potevamo cambiare.
E anche se non ci trovavamo più al mare, in uno spazio aperto, circondati dal rumore delle onde e dal vento che ci scompigliava i capelli, sapevamo ugualmente come divertirci.
Le mura di una casa non erano un limite per noi, perché io e te insieme potevamo tutto.
Avevamo inventato un gioco, ti ricordi?
Lo chiamavamo il gioco del ‘non farci vedere’, noi, piccoli ideatori di mondi fantastici con il potere di trasformare la realtà nel nostro gioco preferito, e ci divertivamo, sì.
Loro diventavano i nostri ‘nemici’, quelli da cui non dovevamo farci scoprire, dovevamo osservarli, passare accanto a loro, ma senza mai farci vedere.
Era impossibile. Ma noi pensavamo di riuscirci. E loro fingevano di non vederci, assecondando il nostro gioco. Ci bastava questo per credere di essere dei guardiani invisibili.
Oppure, ti ricordi quando una di quelle domeniche abbiamo assemblato acqua, terra, alghe e sassolini, per creare un tiramisù?
Bastava la fantasia di due bambini per trasformare il fango in un dessert.
Ti ricordi anche i loro sguardi? Volevano arrabbiarsi per le condizioni in cui ci eravamo ridotti, ma eravamo così teneri che finivano a scoppiare dal ridere.
Le loro voci, le loro risate, erano la nostra musica, il nostro senso di sicurezza.
Potevamo toccare la felicità con una mano.
Adesso invece è inverno da troppo tempo.
È difficile trovare qualcosa che duri per sempre. Di solito tutto passa e poco resta, se non ricordi che diventano sempre più sfocati, sempre più lontani. Fino a quando resta solo l’accettazione. Quella che non lascia spazio agli altrimenti.
Quei bambini si sono smarriti, persi in un bosco senza sapere come ci siano arrivati. L’erba è troppo alta per capire quale direzione prendere. E il sentiero che dovrebbe ricongiungerli, forse, non esisterà mai.
Non so come sia nato tutto, ricordo soltanto che un giorno mi interrogavo sul nostro rapporto, cercavo un termine che lo potesse definire, ti chiesi la differenza tra essere amici e essere fratelli, mi hai spiegato che era una questione di sangue, per me è ancora una questione di scelta.
Vorrei tornare indietro nel tempo, per ricordarmi anche solo lontanamente come si stava in estate. Forse non vorrei rivivere quei momenti, forse vorrei solo giocare a ‘non farmi vedere’ da quei due piccoli mostricciattoli creativi, per poterli osservare senza però essere visto. Per non spaventarli. Per non lasciare che vedano ciò che il futuro potrebbe fare di loro.
Vedrebbero un uomo solo anziché due.
È in quel momento che capisci quanto possa essere difficile vedere un’illusione scontrarsi con la realtà.
Pensare che un’amicizia possa essere eterna. Poi, un giorno, passarsi accanto, salutarsi e accorgersi di non avere più niente da dirsi.
Perché è già successo.
Non ho più avuto il coraggio di tornare nel nostro posto, perché ho paura di non riuscire più a vederlo come lo vedeva quel bambino che cerca di sopravvivere al tempo e al prezzo del diventare adulto.
Da allora non ci sono più tornato. Per me resterà sempre il posto delle fragole.Ho continuato a chiedermi perché quella perdita facesse così male. Nessuno era morto. Nessuno se n’era andato davvero. Eppure continuavo a fare i conti con un’assenza. Qualcuno continuava a esistere, ma non apparteneva più alla mia vita.
È stato allora che ho capito una cosa che non avevo mai pensato prima.
I lutti non si vivono solo per i morti, ma anche e soprattutto per i vivi.Siamo abituati a pensare che il lutto appartenga alla morte, ma ogni volta che un legame finisce siamo chiamati a confrontarci con una forma diversa di perdita. Una persona continua a esistere, ma smette di occupare il posto che aveva nella nostra vita. È proprio questa assenza a chiederci di essere elaborata.
In famiglia, così come in amore o in amicizia, quando un rapporto finisce, dobbiamo accettare che quella persona non farà più parte della nostra vita. È un distacco che può essere altrettanto doloroso, perché porta con sé un’assenza difficile da colmare.
Dobbiamo elaborare quel lutto per riuscire ad andare avanti e accettare la convivenza con l’assenza.La morte e la perdita di un rapporto ci fanno vivere entrambe l’assenza, ma in modi molto diversi. Quando una persona muore, l’assenza che ne deriva rimane uniforme, poiché non possiamo fare nulla per cambiare le cose. È una realtà che dobbiamo accettare. Il lutto ci aiuta a riconoscere quella mancanza e a renderla parte della nostra storia. È un processo che, seppur doloroso, ci permette di andare avanti, accettando che certe cose non torneranno.
Nel caso della perdita di un rapporto, invece, l’assenza è più complessa. In questo caso infatti esiste la possibilità di un cambiamento, e questo alimenta una frustrazione profonda. Viviamo la tristezza per ciò che non esiste più, ma allo stesso tempo coltiviamo il desiderio di ciò che potrebbe tornare a essere o di ciò che sarebbe potuto essere.
Questo conflitto tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere ci fa sentire imprigionati in un continuo stato di incertezza. La frustrazione che ne deriva è difficile da gestire e solo attraverso un processo come il lutto, che ci obbliga a confrontarci con l’irreversibilità della perdita, possiamo affrontarla.
Il lutto, in questo contesto, diventa uno strumento essenziale. Non cancella la perdita, ma ci aiuta a riconoscerla per ciò che è.
Solo così possiamo smettere di vivere nella speranza che le cose tornino com’erano e imparare, lentamente, la convivenza con l’assenza.
Ma imparare a convivere con l’assenza significa anche ripensare il modo in cui viviamo i rapporti quando esistono ancora.
Ci viene spesso insegnato che ogni occasione vada colta, che ogni momento debba essere sfruttato, soprattutto con le persone che fanno parte della nostra vita. Ci viene detto che un giorno potremmo pentirci di non aver vissuto abbastanza qualcuno, che potremmo rimpiangere il tempo perso, e che per questo dovremmo sforzarci di esserci, di stare accanto, anche quando non lo sentiamo davvero.
Ma è davvero giusto vivere con questa pressione? No, non lo è.
La verità è che non sempre sentiamo il bisogno di condividere il nostro tempo con qualcuno, e non c’è nulla di sbagliato in questo. I legami non si misurano con la quantità di tempo trascorso insieme, né con la paura di avere rimorsi per non averli vissuti. Se in un determinato momento della nostra vita non sentiamo il bisogno di condividere il nostro tempo con una persona, dobbiamo avere il coraggio di ascoltarci.
Ascoltare le nostre sensazioni, perchè sono spesso pensieri che non hanno ancora trovato un linguaggio.
Ignorarle significa ignorare una parte di noi.
Forse, alla fine, il rimorso non nasce da ciò che non abbiamo fatto, ma dal non aver vissuto in sintonia con ciò che sentivamo in quel momento. E questo, più di ogni altra cosa, è ciò che dovremmo imparare ad accettare.Accade spesso di fermarci per un secondo e, partendo da un odore, da un suono o da un luogo, immergerci in un viaggio lungo il viale dei ricordi.
Lungo questo viale troviamo frammenti della nostra vita. Alcuni luminosi, altri dolorosi. È inevitabile: la memoria non seleziona soltanto ciò che ci ha resi felici, ma anche ciò che ci ha cambiati.
Questi frammenti sono parti della nostra vita a cui vorremmo aggrapparci quando tutto cambia e si trasforma. Come se fossimo su una barca e cercassimo di gettare un’ancora in un oceano senza fondale, nel tentativo di fermare il tempo. Ma è proprio lì che ci scontriamo con la sua inevitabile corsa.
Ci sono ricordi che finiscono per diventare luoghi. Non tanto perché continuiamo a tornarci, ma perché smettiamo di farlo. Restano immobili nella memoria, protetti dal tempo proprio perché abbiamo paura che la realtà li trasformi.
Camminando lungo questo viale dei ricordi, ci accorgiamo che il passato non è mai davvero lontano. Ogni passo che facciamo, ogni sguardo che lanciamo in quella direzione, ci riporta a quei momenti che, pur essendo sfocati e lontani, non hanno mai cessato di essere vivi dentro di noi.
Ma non sono solo i ricordi di felicità che ci accompagnano: il viale è anche popolato dalle cicatrici, dai legami che si sono persi e dal lento scorrere del tempo che porta via ciò che ci sembrava indistruttibile.
E in questo viaggio attraverso il passato, ci scontriamo con la consapevolezza che quei momenti non torneranno più. La nostalgia diventa inevitabile, un compagno che ci cammina accanto, ma che non ci trattiene. È un incontro di luci e ombre, di gioia e dolore, e ci insegna che, pur volendo fermare il tempo, non possiamo farlo.
Possiamo solo custodire quei ricordi in uno spazio nella nostra memoria.
Solo molto tempo dopo ho scoperto che quel luogo della memoria aveva già un nome.Bergman lo chiama Il posto delle fragole.
Nel film “Il posto delle fragole” il protagonista intraprende un viaggio che lo costringe a confrontarsi con il proprio passato. Il viaggio verso il paese della sua infanzia diventa un viaggio nella memoria, nei rimpianti e nel tempo trascorso.

Il posto delle fragole – 1957 – I. Bergman
Il posto delle fragole non è semplicemente un luogo dell’infanzia. È il luogo in cui la memoria continua a proteggerci da ciò che il tempo potrebbe cambiare. Ma proprio per questo rischia di diventare una prigione.
Ogni ricordo ha bisogno di essere custodito, ma nessun ricordo dovrebbe impedirci di vivere. È questo che Bergman racconta attraverso il viaggio di Isak Borg. Il passato può accompagnarci, ma non può diventare il luogo in cui scegliere di abitare.Anche noi abbiamo il nostro posto delle fragole. Un luogo, una persona, un’estate, un profumo. Qualcosa che continuiamo a custodire perché temiamo che il presente possa cambiarne il significato. Ma vivere non significa rinunciare a quel luogo. Significa imparare a portarlo con noi, senza smettere di abitare il presente.
Il viale dei ricordi non è soltanto il luogo delle perdite. È anche il luogo in cui comprendiamo chi siamo diventati. Ogni ricordo, anche il più doloroso, continua a vivere dentro di noi non per trattenerci, ma per ricordarci il cammino che abbiamo percorso.
Le cicatrici e le perdite non esauriscono ciò che siamo. Continuano a raccontare una parte di noi, ma non tutta la nostra storia.E l’assenza resta una presenza discreta, come un compagno silenzioso che viaggia con noi. Ci ricorda chi siamo stati, chi possiamo ancora essere. È la capacità di convivere con l’assenza a renderci davvero liberi. Liberi di ricordare.
Liberi di proseguire il nostro viaggio senza paura di voltare lo sguardo indietro.Forse, alla fine, convivere con l’assenza significa proprio questo: imparare a portare con noi ciò che è stato, senza trasformarlo nella nostra prigione.
Il passato ci accompagna, ma il presente resta l’unico luogo in cui possiamo continuare a vivere.

