Autore: Simo Tratzi

  • quando l’educazione del cane sfida il rispetto delle sue emozioni

    un viaggio tra le tecniche cinofile, rispetto emotivo e scelte consapevoli


    Siamo davvero sicuri che il nostro diritto a sentirci al sicuro valga più delle emozioni di chi ci ama senza condizioni?

    A volte dimentichiamo che il cane non è semplicemente un animale da controllare, ma un compagno con cui condividere la vita. Non è una macchina da addestrare, bensì un essere vivente dotato di emozioni, paure e desideri.
    Questo articolo nasce dopo essermi imbattuto in un video su Instagram in cui un tecnico cinofilo mostrava a vari proprietari interventi di manipolazione per inibire i morsi e i tentativi di attacco del cane quando questi ultimi cercavano di prenderlo in braccio.
    Il video ha catturato la mia attenzione soprattutto per ciò che ha scatenato nei commenti, e cioè, una vera e propria controversial discussion (discussione in cui ci sono opinioni e punti di vista contrastanti su un argomento specifico, spesso con un livello di conflitto e disaccordo notevole): da un lato, diverse persone apprezzavano e promuovevano l’intervento del tecnico cinofilo, giustificandolo e ritenendo quella manipolazione come una cosa corretta e necessaria per proteggere la famiglia dagli attacchi del cane, e per far sì che questa potesse soccorrerlo senza problemi nei casi in cui ce ne fosse bisogno; dall’altro, persone più attente alle emozioni del cane, che risultavano visibili nel video attraverso segnali come il respiro affannoso, la tachicardia e la paura, manifestata dalla coda ripiegata tra le zampe posteriori, si sono mostrate contrarie e scettiche riguardo l’intervento di manipolazione agito sul cane, denunciandone la mancanza di attenzione verso i sentimenti del cane.
    Con l’aiuto di un esperto cinofilo, ho cercato di capire se quella tecnica fosse davvero corretta, professionale e utile per il bene del cane e della sua famiglia – anche se dall’esterno può sembrare dura – oppure se si trattasse invece di uno stress ingiustificato che tradisce una cattiva gestione e che giustifica le critiche ricevute.


    il rapporto tra esseri umani e animali: compagni, non strumenti

    Nel momento in cui scegliamo di condividere la vita con un cane, ci assumiamo il dovere di rispettarlo: non solo di addestrarlo.

    Molte persone considerano ancora gli animali come esseri inferiori all’uomo, conservando una visione antropocentrica che pone l’essere umano al centro di tutto, in una posizione di dominio rispetto al resto della vita. Questa prospettiva porta a credere che gli esseri umani siano superiori per status e valore agli altri animali, e che quindi meritino maggiori diritti e considerazione.
    Su questa idea si fonda lo specismo, ovvero la discriminazione basata sull’appartenenza a una specie, che tende a privilegiare l’essere umano a discapito di tutti gli altri animali.

    Lo specismo genera un rapporto asimmetrico tra uomo e animale, in cui quest’ultimo viene ridotto a strumento al servizio dell’uomo: gli si impongono regole, comportamenti, modalità di esistenza che non rispettano la sua individualità.
    Tuttavia, questa ideologia è profondamente sbagliata. Gli animali, come gli uomini, sono capaci di provare emozioni — amore, dolore, paura, gioia — e questa, tra tante altre similitudini, li rende molto più vicini a noi di quanto spesso si ammetta.

    Chi accoglie un cane nella propria vita deve comprendere che il cane non è un oggetto di cui essere “proprietari”, ma un essere vivente dotato di valore intrinseco. Bisognerebbe quindi abbandonare l’idea di essere “padroni” e abbracciare invece il ruolo di amici e compagni, responsabili della sua cura e del suo benessere.

    La relazione con un cane è, infatti, una relazione simmetrica: noi lo guidiamo, ma anche il cane, a suo modo, ci guida. Cresciamo insieme, impariamo insieme, miglioriamo grazie alla presenza dell’altro.
    Avere un cane significa costruire ogni giorno un’amicizia autentica, fondata sulla reciprocità, sull’ascolto e sul desiderio di rispondere ai bisogni e ai desideri reciproci.

    Il cane non è un essere inferiore da comandare, ma un compagno di vita, dotato di emozioni, bisogni, carattere e volontà propri.
    Come in ogni relazione sana, il legame con un cane si fonda su un dialogo continuo, su un rispetto reciproco, e su una collaborazione che arricchisce entrambe le parti. Non si tratta di esercitare potere, ma di camminare insieme: due individui diversi, ma pari in dignità, uniti da un legame di amore e fiducia.

    Tra le tante storie che parlano dell’incredibile legame tra l’uomo e il cane, una delle più commoventi è quella di Hachiko, un Akita nato in Giappone nei primi anni del Novecento.

    Hachiko viveva con il professor Ueno, docente all’Università di Tokyo. Ogni mattina, Hachiko accompagnava il suo amico umano alla stazione di Shibuya, e ogni pomeriggio tornava puntualmente per aspettarlo al suo ritorno dal lavoro. Era un rituale quotidiano, semplice ma pieno di significato: un gesto di amore, di fiducia, di presenza reciproca.
    Un giorno, però, il professor Ueno non tornò più. Colpito da un malore improvviso, morì mentre era all’università.
    Nonostante l’assenza del suo amico, Hachiko continuò a recarsi ogni giorno alla stazione, alla stessa ora, aspettandolo, fino alla sua morte.
    Le persone che frequentavano la stazione iniziarono a notarlo, a conoscerlo, a prendersi cura di lui, colpite da quella fedeltà incrollabile.
    Hachiko non aspettava un padrone: aspettava un amico.
    Il suo gesto non era frutto di un addestramento, né di un’obbedienza cieca: era l’espressione di un legame libero e profondo, nato dalla reciprocità.

    Ancora oggi, davanti alla stazione di Shibuya, si erge una statua di bronzo in onore di Hachiko: non solo per celebrare la fedeltà di un cane, ma per ricordare a tutti noi che l’amicizia vera supera ogni barriera — perfino quella tra specie diverse.

    La storia di Hachiko ci insegna che il rapporto tra uomo e cane non è un rapporto di dominio, ma di amore, di lealtà, di pari dignità. È un legame che nasce e cresce nella libertà e nella fiducia.
    Ci insegna che il valore di un essere vivente non si misura nella sua specie, ma nella sua capacità di amare.


    l’importanza della razza: conoscere prima di scegliere

    Il cane non è un oggetto da possedere né un nemico da controllare: è un compagno di vita, con emozioni e bisogni propri.

    Ci credereste se vi dicessi che le razze dei cani sono simili ai vestiti che indossiamo?
    Forse vi sembrerà un’analogia forzata, eppure è molto più reale di quanto si possa pensare.
    Proprio come spesso giudichiamo il nostro valore in base ai marchi dei vestiti che portiamo addosso, così tendiamo a valutare — e a farci valutare — anche attraverso la razza dei cani che scegliamo di avere accanto.
    Delle volte, sembra che siamo così insicuri al punto che, per darci valore, abbiamo bisogno di acquistarlo; in questo caso, acquistiamo cani di razza, spendendo anche migliaia di euro, per soddisfare il vizio dell’insicurezza e della pretesa di apparire.

    In una società sempre più ossessionata dall’apparenza, capita che alcuni non desiderino un cane per amore verso l’animale, ma per il bisogno egoistico di apparire, di esibire una razza costosa, di attirare attenzioni.
    Spendiamo migliaia di euro per acquistare cani “di marca”, come se la loro esistenza servisse a colmare i nostri vuoti interiori.

    Purtroppo questa realtà mi preoccupa perché in essa si nasconde un pericolo profondo: quello dell’ignoranza.

    Ogni razza canina porta con sé una storia, delle caratteristiche comportamentali, delle esigenze specifiche. E, nonostante una buona educazione possa aiutare a gestire alcuni comportamenti, non si può — né si deve — stravolgere la natura stessa di un cane.

    Un Border Collie non smetterà di essere iperattivo.
    Un Rottweiler non smetterà di essere un cane potente e fiero.
    Un Labrador non smetterà di cercare il contatto umano.
    Possiamo guidarli, ma non cancellare chi sono.

    Le persone dovrebbero smettere di acquistare cani di razza sulla base dei loro desideri, senza neanche interrogarsi sulle caratteristiche comportamentali e sulle esigenze di quel cane.
    Spesso si comprano cani di indole forte, convinti che basti addestrarli per inibire le loro risposte naturali, trascurando in questo modo i loro bisogni profondi e concentrandosi unicamente su ciò che l’uomo pretende. Si illudono di poter “plasmare” l’animale come fosse un oggetto, ignorando i suoi reali bisogni, la sua vera essenza.
    Ancora una volta, si ripete la vecchia storia dell’uomo che si crede padrone assoluto della natura, anziché compagno rispettoso.

    I cani, ripeto, non devono essere al servizio dell’uomo, ma parte di una relazione di rispetto reciproco e pari dignità.

    Ecco perché la responsabilità di chi decide di accogliere un cane è grande:
    non è solo quella di prendersi cura di lui ogni giorno, di nutrirlo, educarlo e proteggerlo,
    ma anche quella di informarsi, di conoscere a fondo le caratteristiche della razza, i bisogni specifici, il temperamento naturale.
    La responsabilità parte dall’informazione e prosegue nella consapevolezza, nel continuo mettersi in discussione per rispettare davvero il cane che abbiamo scelto di avere al nostro fianco.

    Nonostante sia vero che l’educazione possa risolvere gran parte delle problematiche comportamentali, non si deve mai sottovalutare quanto sia fondamentale conoscere e rispettare la vera natura del proprio cane.
    Non bisogna praticare l’ignoranza. Non bisogna scegliere solo per desiderio, senza porsi domande, senza interrogarsi, senza mettersi in dubbio.
    Bisogna chiedersi se quel cane fa davvero per noi, per il nostro stile di vita, per il nostro ambiente e per il nostro momento presente.
    Dobbiamo domandarci se possiamo rispettare i suoi bisogni e se siamo disposti a cambiare qualcosa di noi stessi per il suo benessere.

    Non dobbiamo pensare che sia sempre il cane a doversi adattare a noi, ma dobbiamo iniziare a incontrare le sue necessità, in un rapporto di reciprocità. Il legame con un cane dev’essere per questo un rapporto simmetrico.

    I cani non sono trofei da esibire, né giocattoli da modellare a nostro piacimento.
    Sono esseri viventi, con emozioni, bisogni e limiti.
    Non esiste la razza “perfetta” per tutti, sempre.
    Esistono razze che in certi momenti della nostra vita, per come siamo o per il contesto in cui viviamo, non sono compatibili con noi. E questo non è un fallimento: è rispetto, è maturità, è amore autentico.
    Riconoscere i nostri limiti è il primo passo per costruire una relazione sana.

    LA RAZZA NON È UN MARCHIO DA INDOSSARE.
    La razza racconta la storia di una specie, racconta i suoi bisogni, racconta la sua natura, le sue inclinazioni e le sue passioni.
    Non racconta il suo valore. E di certo non racconta il valore di chi la sceglie.


    tecniche di gestione e bisogni emotivi: trovare il vero equilibrio

    Un cane non nasce per essere dominato. Nasce per essere capito.

    Dopo aver parlato del legame paritario necessario con il proprio cane e aver denunciato il pericolo dell’ignoranza legata alla razza — chiaro segno dell’egocentrismo umano — siamo arrivati alla parte più tecnica di questo articolo.
    Con l’aiuto di un esperta cinofila, cercherò di rispondere alla domanda che ha dato origine a questo percorso:
    la tecnica utilizzata nel video è davvero corretta, professionale e utile per il bene del cane e della sua famiglia — anche se dall’esterno può sembrare dura — oppure si tratta di uno stress ingiustificato che tradisce una cattiva gestione e giustifica le critiche ricevute?

    Nel video, che per ragioni legali non posso condividervi, si osserva un cane che manifesta comportamenti aggressivi, come ringhiare e tentare di mordere chi cerca di prenderlo in braccio.
    Un esperto tecnico cinofilo interviene applicando una tecnica di contenimento fisico: afferra il cane in modo deciso, immobilizzandolo per impedire ulteriori reazioni aggressive. Durante l’intervento, il cane mostra segnali di stress evidenti, come orecchie abbassate, battito accelerato, coda tra le gambe e respiro affannato.

    Riporto di seguito alcuni commenti — sia favorevoli che contrari — comparsi sotto al video:

    Commenti a favoreCommenti contrari
    Gli animalisti hanno preso una deriva mostruosa. Secondo voi una ragazza con un cane così cosa dovrebbe fare? Lasciarsi sbranare? Pensate che cambierà a forza di paroline dolci e sguardi languidi? O che i cani siano tutti uguali senza un’indole personale? Quando deve portarlo dal veterinario cosa deve fare, sedarlo a tranquillanti? Poi quando vi mangiano i figli piangete.L’unica cosa che si vede in questo video è come un cane è passato da uno stato di disagio alla completa inibizione. Sarebbe interessante capire come l’hai portato a questo stato di ansia e malessere. In un video di 2 minuti e mezzo non hai parlato una volta delle emozioni del cane: l’hai guardato mentre lo alzi e abbassi come una valigia per mostrare le tue immense capacità cinofile? Sono allibita.
    Ottimo lavoro! Da veterinario ne vedo di tutti i colori: gente che non sa mettere neanche la museruola al proprio cane! E mentre il cane fa il diavolo a quattro gli danno anche i biscottini per tenerlo tranquillo!Ma non vedete che è terrorizzato? La coda e la respirazione avete visto? Sta solo subendo.
    L’addestramento salva la vita. Solo passandoci, solo sperimentando in prima persona puoi accorgerti quanto questa frase sia vera.L’avete sfiancato prima di fare quella manipolazione? Ha il fiatone e il cuore a momenti gli esce dal petto, non ha semplicemente la forza di reagire… grazie al c***o aggiungerei.
    Ma io chiedo a tutti voi animalari/animalisti/animalati: quando il vostro veterinario manipola il cane per visitarlo, curarlo o salvargli la vita, gli rompete le balle in questo modo? Non è meglio che si insegni effettivamente al cane ad abituarsi a queste manipolazioni (anche forzate), così che qualsiasi evenienza si presenterà il proprietario potrà intervenire prontamente e senza esitazione? La mia famiglia ha un cane dal canile e le è stato insegnato a tenere la museruola obbligandola. Ora, quando la vede, scodinzola. Credo che uno stress forzato e temporaneo non sia un problema, ma una cosa necessaria per il cane e utile nella vita di tutti i giorni.L’unica cosa che vedo è la coda tra le gambe e il respiro affannato. Quel cane è terrorizzato.

    Per approfondire questo tema, ho deciso di confrontarmi con un’esperta cinofila.
    La sua analisi mi ha offerto spunti di riflessione profondi sulla moderna concezione dell’educazione del cane.

    L’esperta mi ha spiegato che la cinofilia contemporanea si divide in due visioni opposte:

    Da un lato, una cinofilia evoluta, che riconosce nei cani individui dotati di cognitività ed emotività complesse, paragonabili a quelle umane, come confermato anche da studi scientifici;

    Dall’altro, una cinofilia meccanicistica, che considera il cane come un essere regolato da stimoli e risposte, da “aggiustare” attraverso il controllo dei comportamenti.

    Secondo l’esperta, il comportamento aggressivo non è il vero problema, ma il sintomo di un disagio emotivo profondo, fatto di paura, frustrazione, trauma.
    Tecniche che mirano a “spegnere” il comportamento possono funzionare nell’immediato, ma rischiano di provocare quello che viene definito shutdown: uno spegnimento emotivo. Il cane sembra calmo, ma è in realtà sopraffatto dall’angoscia e dalla perdita di controllo.

    Lo shutdown nel cane
    Lo “shutdown” è uno stato di blocco emotivo e comportamentale in cui il cane, sopraffatto dallo stress o dalla paura, smette di reagire agli stimoli esterni. Non è un segno di obbedienza o tranquillità, ma piuttosto un meccanismo di sopravvivenza di tipo passivo, simile al “freezing” osservato in molte specie animali di fronte a una minaccia insormontabile. Un cane in shutdown può sembrare calmo e docile, ma in realtà è emotivamente dissociato e profondamente in difficoltà. È fondamentale riconoscere questo stato per evitare di interpretare erroneamente un comportamento patologico come una risposta positiva all’addestramento.

    Anche una semplice pressione psicologica — uno sguardo duro, un movimento brusco — può innescare questo spegnimento, soprattutto nei cani più fragili o traumatizzati.

    Queste tecniche rapide e immediate funzionano perché danno risultati visibili subito, ma ignorano i bisogni emotivi più profondi dell’animale, lasciando il problema irrisolto sotto il tappeto.

    Lavorare davvero per il benessere di un cane — emerge chiaramente dal confronto — richiede tempo, pazienza e rispetto delle emozioni, anche quando sono scomode o difficili da gestire.

    Dunque, proprio come accade nel campo della psicoterapia umana, esistono diversi modi di intervenire:

    • Un approccio mira a rimuovere il sintomo nel più breve tempo possibile, ottenendo risultati rapidi, meno dispendiosi a livello economico e pratico, ma sacrificando l’ascolto delle emozioni profonde;
    • Un altro approccio sceglie invece di lavorare in profondità, costruendo una relazione di fiducia che porterà alla risoluzione del sintomo in modo naturale e duraturo, anche se con un percorso più lungo e complesso.

    Nonostante la differenza sostanziale tra i due metodi, entrambi presentano vantaggi e criticità:

    ApproccioVantaggiSvantaggi
    Tecniche tradizionali (stimolo-risposta, contenimento fisico)– Interventi rapidi ed efficaci nell’immediato.
    – Consentono di prevenire danni a persone o ad altri animali nei casi di emergenza.
    – Metodo semplice da insegnare e applicare per i proprietari inesperti.
    – Possibile stress psicologico e spegnimento emotivo del cane (shutdown).
    – Rischio di non risolvere la causa profonda del problema comportamentale.
    – Possibile perdita di fiducia tra cane e proprietario.
    – Effetti a lungo termine difficilmente prevedibili.
    Tecniche evolute (cognitivo-emozionali, rispetto dell’individualità)– Favoriscono il benessere emotivo del cane.
    – Costruiscono una relazione basata su fiducia e comprensione reciproca.
    – Interventi più duraturi, che vanno a risolvere le cause profonde dei comportamenti problematici.
    – Maggiore soddisfazione sia per cane sia per proprietario nel lungo periodo.
    – Richiedono più tempo e pazienza.
    – Necessitano di conoscenze approfondite del comportamento e delle emozioni canine.
    – Costi più elevati in termini di formazione e percorsi educativi.
    – Risultati visibili solo nel medio-lungo termine.

    Entrambe le strade presentano potenzialità e limiti.
    Forse il vero equilibrio, mi sono detto, sta nel riconoscere il contesto specifico, la fragilità del cane e la responsabilità umana di scegliere sempre il bene più profondo dell’animale, anche quando richiede sacrificio e impegno.


    conclusioni: tra tecnica e rispetto, la via della consapevolezza

    Tra noi e loro esiste un patto non scritto: il rispetto reciproco. A noi la responsabilità di non tradirlo.

    In questo articolo ho voluto riflettere sul modo in cui ci relazioniamo ai nostri cani:
    non come padroni, ma come compagni di vita.

    Abbiamo esplorato quanto sia importante riconoscere le emozioni e i bisogni profondi dei cani, conoscere le caratteristiche delle loro razze, rispettare la loro individualità.
    Abbiamo anche analizzato tecniche di gestione differenti, mettendo a confronto approcci più rapidi e tradizionali con metodi più lenti ma orientati al benessere emotivo dell’animale.

    Non esistono risposte assolute.
    Ogni cane è un individuo, ogni situazione è unica, ogni relazione racconta una storia diversa.

    Ed è proprio su questo che voglio lasciare aperta la riflessione:
    Se foste di fronte a un comportamento difficile del vostro cane, quale approccio sentireste più vicino al vostro modo di essere?
    Quando, secondo voi, sarebbe giusto usare una tecnica piuttosto che un’altra?
    Che tipo di legame volete costruire con l’animale che avete accanto?

    Sono domande che non chiedono risposte immediate, ma che, forse, possono guidarci verso un rapporto più consapevole, rispettoso e profondo con i nostri amici a quattro zampe.

  • la digitalizzazione e la democrazia: un equilibrio precario tra libertà e manipolazione

    Viviamo in un’epoca in cui la digitalizzazione non è più una novità: è diventata la nostra quotidianità. Oggi, l’accesso a informazioni e strumenti di comunicazione avviene attraverso un clic, senza la necessità di recarsi in una biblioteca per fare ricerca. Il web, con la sua vastità, è ormai la fonte di risposte per eccellenza. Ma la domanda che ci dovremmo porre è: quanto possiamo fidarci di ciò che troviamo online?

    Internet ha dato a chiunque la possibilità di esprimersi liberamente, ma questa libertà ha anche dei risvolti inquietanti. Chiunque, senza alcun filtro, può pubblicare ciò che vuole. E i social media, da un lato strumenti di connessione, dall’altro amplificano questa libertà, permettendo a chiunque di diffondere informazioni senza alcuna garanzia di veridicità. L’algoritmo dei social media memorizza i nostri comportamenti e ci propone contenuti che sa catturare la nostra attenzione, contribuendo a creare bolle informative in cui ci imbattiamo solo in ciò che già crediamo.

    Ma come possiamo essere sicuri che le informazioni che leggiamo siano corrette? Non esiste un “termometro” che misuri la veridicità di ciò che leggiamo. Ogni giorno ci troviamo di fronte a notizie false, manipolate o semplicemente errate, e spesso non ce ne accorgiamo finché il danno non è fatto. Le fake news, i contenuti manipolati e le informazioni errate stanno ridefinendo il nostro concetto di democrazia, minando la nostra capacità di prendere decisioni informate.

    Non è la tecnologia in sé a essere colpevole, ma come viene sfruttata. La digitalizzazione è uno strumento che apparentemente ci offre libertà di espressione e accesso illimitato all’informazione. Ma dietro a questa facciata si nascondono interessi economici invisibili: chi sfrutta il digitale per guadagnare manipola le informazioni, alterandole in modo che possano influenzare le scelte delle persone. Questi contenuti non solo sono ingannevoli, ma sono anche costruiti in modo da avere un impatto emotivo: le persone, inconsapevoli, cadono nella rete di chi ha tutto l’interesse a manipolare le loro percezioni.

    Le informazioni corrotte e manipolate non solo distorcono la realtà, ma creano anche divisioni. La digitalizzazione, pur offrendo opportunità di connessione, ha portato con sé una crescente disuguaglianza. Chi ha accesso alle ultime tecnologie può vivere una vita connessa, partecipando appieno alla società digitale, mentre chi non può permettersi questi strumenti è escluso, spesso ridotto a una sorta di “cittadino di seconda classe”. Questo divario crea frustrazione, invidia e un senso di impotenza in chi non può permettersi di seguire il ritmo della tecnologia.

    La tecnologia, inoltre, ha anche un impatto sulla socializzazione. Nonostante consenta una comunicazione rapida e globale, la virtualità non può sostituire l’esperienza umana diretta. Le interazioni online sono spesso prive di quel calore e di quella profondità che solo un incontro faccia a faccia può offrire. Questo non significa che la tecnologia ostacoli completamente la socializzazione, ma che ha creato una nuova forma di interazione, che non è sempre soddisfacente a livello emotivo.

    Un esempio evidente di come la digitalizzazione influisca negativamente sulla nostra percezione della realtà lo abbiamo vissuto durante la pandemia. La diffusione di fake news e teorie infondate ha alimentato paure e convinzioni erronee, creando fazioni contrapposte tra chi era favorevole e chi contrario ai vaccini. Internet, che dovrebbe essere una risorsa di conoscenza, è diventato il luogo in cui chiunque poteva trovare conferme per le proprie credenze, anche se queste erano infondate. Le informazioni manipolate hanno alimentato divisioni sociali e politiche, accentuando le disuguaglianze e minando la fiducia nelle istituzioni.

    Questa situazione ha evidenziato un aspetto fondamentale della digitalizzazione: la libertà che essa offre non è mai totale, ma si scontra con i limiti imposti dai suoi stessi meccanismi. La tecnologia ci ha permesso di restare connessi in un periodo difficile, ma al contempo ha amplificato la disinformazione e l’isolamento, creando un mondo digitale che spesso riflette più le nostre paure che la realtà.

    La domanda che dobbiamo porci è: siamo davvero più liberi grazie alla tecnologia, o siamo solo intrappolati in una rete che ci impone una realtà filtrata e manipolata? La digitalizzazione, con tutte le sue opportunità, ha cambiato il nostro modo di pensare, di comunicare e di interagire. Se da un lato ha permesso una connessione globale, dall’altro ha alimentato divisioni, disuguaglianze e un’erosione della fiducia.

    Il futuro della democrazia digitale dipenderà dalla nostra capacità di distinguere tra ciò che è vero e ciò che è manipolato. Dobbiamo imparare a utilizzare la tecnologia con consapevolezza, senza permettere che diventi il nostro unico punto di riferimento, e soprattutto senza permettere che qualcuno possa trarre vantaggio dalle nostre credenze e paure. La vera libertà non sta nell’avere accesso illimitato a informazioni, ma nel saperle valutare e contestualizzare con spirito critico, per non cadere nella trappola dell’inganno e della divisione.

  • la convivenza con l’assenza

    la convivenza con l’assenza


    introduzione

    “Stanotte ho fatto un sogno: ritrovavo un amico, ci abbracciavamo e non volevamo più lasciarci andare. Ma più del contenuto del sogno, ciò che contava davvero era come mi sono sentito in quell’abbraccio. Ed è stato in quel momento che ho capito una verità profonda: i lutti non si vivono solo per i morti, ma anche e soprattutto per i vivi

    In famiglia, così come in amore o in amicizia, quando un rapporto finisce, devi accettare che quella persona non farà più parte della tua vita. È un distacco che può essere altrettanto doloroso, perché porta con sé un’assenza difficile da colmare. Devi elaborare il lutto per riuscire ad andare avanti e accettare la convivenza con l’assenza.


    il lutto come strumento

    La morte e la perdita di un rapporto ci fanno vivere entrambe l’assenza, ma in modi molto diversi. Quando una persona muore, l’assenza che ne deriva rimane uniforme, poiché non possiamo fare nulla per cambiare le cose. È una realtà che dobbiamo accettare, e il lutto ci aiuta proprio in questo, nel convalidare quella mancanza e nel renderla parte del nostro percorso. È un processo che, seppur doloroso, ci permette di andare avanti, accettando che certe cose non torneranno.

    Nel caso della perdita di un rapporto, invece, l’assenza è più complessa. In questo caso infatti, esiste la possibilità di un cambiamento, e questo alimenta una frustrazione profonda. Viviamo la tristezza per ciò che non esiste più, ma allo stesso tempo coltiviamo il desiderio di ciò che potrebbe tornare a essere o di ciò che sarebbe potuto essere. Questo conflitto tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere ci fa sentire imprigionati in un continuo stato di incertezza. La frustrazione che ne deriva e che sperimentiamo è difficile da gestire, e solo attraverso un processo come il lutto, che ci obbliga a confrontarci con l’irreversibilità della perdita, possiamo affrontarla.

    Il lutto, in questo contesto, diventa uno strumento essenziale: ci aiuta a convalidare l’assenza, la fine di un rapporto. Ci aiuta ad accettare il destino delle cose e a trovare la forza di proseguire. È una via per liberarsi dalla speranza vana che le cose possano tornare indietro, permettendoci di vivere senza essere intrappolati nel rimpianto per ciò che non può più essere. È in questo modo che il lutto diventa uno strumento che ci permette di andare avanti, di continuare a vivere, senza restare paralizzati dalla frustrazione, dal dolore o dalla nostalgia di un passato che non esiste più.


    le sensazioni

    Ascolta le tue sensazioni, perchè esse sono pensieri che ancora non hanno trovato linguaggio

    Viviamo in un mondo che ci spinge a credere che ogni occasione vada colta, che ogni momento debba essere sfruttato, soprattutto con le persone che fanno parte della nostra vita. Ci viene detto che un giorno potremmo pentirci di non aver vissuto abbastanza qualcuno, che potremmo rimpiangere il tempo perso, e che per questo dovremmo sforzarci di esserci, di stare accanto, anche quando non lo sentiamo davvero. Ma è davvero giusto vivere con questa pressione? No, non lo è.

    La verità è che non sempre sentiamo il bisogno di condividere il nostro tempo con qualcuno, e non c’è nulla di sbagliato in questo. I legami non si misurano con la quantità di tempo trascorso insieme, né con la paura di avere rimorsi. Se in un determinato momento della nostra vita non sentiamo di volerci vivere una persona, dobbiamo avere il coraggio di ascoltarci, senza forzarci per paura di un futuro rimpianto.

    Quello che vi consiglio caldamente è di fare sempre ciò che vi sentite di fare. Se non vi sentite di fare qualcosa, non forzatevi di farla solo perché gli altri vi incutono timore facendo leva sui vostri sensi di colpa, sulla vostra paura. Ascoltate le vostre sensazioni, ascoltate i vostri sentimenti.

    Ascoltate più a voi stessi. Parlate con voi stessi, chiedetevi come mai non vi sentite di fare qualcosa, e non cercate di cambiare a tutti i costi la risposta. Concedetevi di accettare qualche volta anche la realtà delle cose.

    Non abbiate paura dello sbaglio perché non esiste un modo giusto o sbagliato di vivere le relazioni. Esiste ciò che sentiamo e ciò che non sentiamo, e imparare ad accettarlo è un atto di rispetto verso noi stessi. Non dobbiamo riempire il presente con incontri imposti solo per paura di un’assenza futura. Dobbiamo, invece, concederci la libertà di scegliere chi vivere e in che modo, senza sensi di colpa e senza pressioni.

    Forse, alla fine, il rimorso non nasce da ciò che non abbiamo fatto, ma dal non aver vissuto in sintonia con ciò che eravamo in quel momento. E questo, più di ogni altra cosa, è ciò che dovremmo imparare ad accettare.

    In poche e semplici parole: sentitevi liberi.


    il viale dei ricordi

    Il vento non ha potere sul profumo creato da una mente per colmare una mancanza

    “Giochiamo a non farci vedere?”

    Ricordo le domeniche d’estate, noi che giocavamo sulla spiaggia e loro che parlavano della vita. È difficile trovare qualcosa che possa durare per sempre, di solito tutto passa e poco resta, se non dei ricordi che diventano sempre più sfocati, sempre più confusi, lontani. E quel sentimento di accettazione, che non lascia spazio ad altrimenti.
    Ricordo i tramonti di quelle sere che non volevamo finissero mai, lasciavamo il mare con un sentimento di nostalgia mentre tornavamo a casa, ad una routine di vita che ci apparteneva ma che sentivamo il bisogno di abbandonare, anche solo per quel tempo necessario a vivere quella magia. E accadeva spesso che quel sentimento lì, quel sentimento di nostalgia, diventava così forte che la sera stessa una scusa per rincontrarci la trovavamo sempre. Cambiava il luogo ma non quel bisogno di stare insieme, di evadere dalla realtà.
    Nel momento di andar via, ci salutavamo sempre come se fossimo incoscienti, come se fingessimo di non sapere che da lì a poco ci saremmo chiamati per mettere insieme gli avanzi della giornata e tornare a riunirci per cenare insieme. Come un rituale, ne avevamo bisogno forse, di credere che ci fosse una fine al quale noi, artefici del nostro destino, avevamo il potere di cambiare.
    E anche se non eravamo più al mare, in uno spazio aperto circondati dal rumore delle onde e dal vento che ci scompigliava i capelli, sapevamo ugualmente come divertirci. Le mura di una casa non erano un limite per noi, perché io e te insieme potevamo tutto.
    Avevamo inventato un gioco, ti ricordi?
    Lo chiamavamo il gioco del ‘non farci vedere’, noi, piccoli ideatori di mondi fantastici con il potere di trasformare la realtà nel nostro gioco preferito, e ci divertivamo, sì.
    Loro diventavano i nostri ‘nemici’ dal quale non dovevamo farci scoprire, dovevamo osservarli, passare accanto a loro, ma senza mai farci vedere, era impossibile, ma noi pensavamo di riuscirci, e loro fingevano di non vederci, assecondavano il nostro gioco. A noi bastava quello per credere di essere dei guardiani invisibili.
    Oppure, ti ricordi quando una di quelle domeniche abbiamo assemblato acqua, terra, alghe e sassolini, per creare un tiramisù?
    Il potere delle nostre due menti, capaci di trasformare il fango in un dessert, quei vestiti così sporchi di terra che accompagnavano la fierezza del nostro capolavoro culinario, la pura innocenza infantile.
    Ti ricordi i loro sguardi? Volevano arrabbiarsi per le condizioni in cui ci eravamo ridotti, ma eravamo così teneri che finivano a scoppiare dal ridere. Le loro voci, le loro risate, erano la nostra musica, il nostro senso di sicurezza. Ci bastava quello. Potevamo toccare la felicità con una mano.
    Adesso invece, è inverno da troppo tempo.
    Quei bambini si sono smarriti, persi in un bosco senza avere idea di come ci siano arrivati, un bosco con l’erba troppo alta per poter capire la direzione da prendere per ritrovarsi, e ancora non esiste il sentiero che li farà ricongiungere, e forse non esisterà mai.
    Non ricordo come sia nato tutto, ricordo che un giorno mi interrogavo sul nostro rapporto, cercavo un termine che lo potesse definire, ti chiesi la differenza tra essere amici e essere fratelli, mi hai spiegato che era una questione di sangue, per me è ancora una questione di scelta.
    Vorrei tornare indietro nel tempo, per ricordarmi anche solo lontanamente come si stava in estate. Forse non vorrei rivivere quei momenti, forse vorrei solo giocare a ‘non farmi vedere’ da quei due piccoli mostricciattoli creativi, per poterli osservare senza però essere visto, per non spaventarli, per non renderli consapevoli di come potrebbe essere il futuro. Vedrebbero un uomo solo anziché due.
    E tu sai quanto possa essere difficile far scontrare un illusione con la realtà, il pensiero di un’amicizia eterna che si scontra con la possibilità che queste persone possano prendere due sentieri di vita diversi, che forse non si ricongiungeranno mai. Si passeranno accanto, si saluteranno, ma non avranno più niente da dirsi, sarà così, perchè ci è già successo, perché in loro è ormai diventato adulto il fanciullino di cui parlava Pascoli.

    Non ho più avuto il coraggio di tornare nel nostro posto, perché ho paura di non riuscire più a vederlo come lo vedeva il mio fanciullino.
    Rimane e rimarrà sempre però, il mio posto delle fragole.


    il passato come rifugio

    Non serve a niente rifugiarsi nei sogni e dimenticarsi di vivere

    (Harry Potter, J.K. Rowling)

    Accade diverse volte di fermarci per un secondo, e partendo da un odore, un suono, un luogo, immergerci in un viaggio all’interno del viale dei ricordi. Lungo questo viale troviamo frammenti della nostra vita. Alcuni frammenti li troveremo positivi, altri negativi, ma è ciò che dobbiamo aspettarci, perché la vita è una montagna russa che non si accontenta dell’equilibrio.
    Questi frammenti che ritroviamo e che riviviamo sono parti a cui vorremmo aggrapparci quando tutto cambia e si trasforma, come se fossimo su una barca e volessimo gettare un’ancora in un oceano senza fondale, per rimanere lì fermi incuranti del tempo che prosegue, ma ci scontriamo con l’impossibilità di fermarlo.

    Nel racconto di un’estate della mia infanzia vi ho parlato di un’amicizia che si è persa ma che non potrà mai essere cancellata.

    Il ricordo di quell’estate lontana, con il vento che ci scompigliava i capelli sulla spiaggia, le serate che non volevano finire, la sensazione di essere parte di qualcosa di immutabile, che il mondo esterno non avrebbe mai potuto scalfire. Era tutto così, una promessa di felicità che sembrava non dover finire mai. Eppure, come tutto, anche quei momenti sono svaniti, lasciando solo il ricordo di un tempo che è passato e che non tornerà più.

    Camminando lungo questo viale dei ricordi, ci accorgiamo che il passato non è mai davvero lontano. Ogni passo che facciamo, ogni sguardo che lanciamo in quella direzione, ci riporta a quei momenti che, pur essendo sfocati e lontani, non hanno mai cessato di essere vivi dentro di noi. Ma non sono solo i ricordi di felicità che ci accompagnano: il viale è anche popolato dalle cicatrici, dai sogni infranti e dai legami che si sono persi, dal lento scorrere del tempo che porta via ciò che ci sembrava indistruttibile.

    E in questo viaggio attraverso il passato, ci scontriamo con la consapevolezza che quei momenti non torneranno più. La nostalgia diventa inevitabile, un compagno che ci cammina accanto, ma che non ci trattiene. È un incontro di luci e ombre, di gioia e dolore, che ci insegna che, pur volendo fermare il tempo, non possiamo farlo. Possiamo solo custodire i ricordi e permettere che continuino a vivere nel nostro cuore.


    il posto delle fragole

    Il “posto delle fragole” di Ingmar Bergman, è il simbolo di una ricerca profonda nella memoria e nel significato della vita e si intreccia perfettamente con l’idea che dobbiamo andare avanti e non dimenticarci di vivere. Nel film, il protagonista, Isak Borg, intraprende un viaggio che lo porta ad affrontare il suo passato, le sue paure, le sue illusioni e la sua solitudine. Il viaggio fisico verso il suo vecchio paese natale si trasforma in un viaggio interiore, dove il confronto con i ricordi e le esperienze vissute lo costringe a riflettere sulla sua esistenza e sul tempo che ha trascorso.

    Il “posto delle fragole”, che nel film rappresenta un luogo carico di significato personale e affettivo, diventa per Isak un punto di riferimento simbolico, un’ancora al quale si aggrappa per cercare risposte alle domande che la vita gli ha posto. Ma come nel nostro cammino, anche lui deve accettare che non è possibile restare ancorati al passato. Il tempo, come il vento che porta via le fragole mature, scorre senza pietà e il futuro ci chiama, inevitabile.

    Nel nostro percorso, il “posto delle fragole” potrebbe essere visto come quella parte di noi stessi, quella memoria che custodiamo gelosamente, che ci dà conforto e ci aiuta a non dimenticare chi siamo stati. Ma, come nel film di Bergman, dobbiamo ricordare che se restiamo troppo ancorati a quel luogo, non viviamo veramente. Non possiamo permetterci di vivere nel passato, per quanto sia dolce il ricordo. Dobbiamo, invece, imparare a portare con noi il “posto delle fragole”, ma senza farne la nostra prigione.

    Come Isak Borg, dobbiamo affrontare le nostre paure e i nostri rimpianti, ma senza lasciarci sopraffare. Dobbiamo andare avanti, accettare la perdita e l’ineluttabilità del tempo, ma anche ricordare che vivere significa avere il coraggio di continuare a cercare nuovi significati, nuovi luoghi, nuove emozioni. Non possiamo permetterci di dimenticare di vivere, di non agire nel presente, proprio come Bergman ci invita a fare nel suo film: un cammino verso la consapevolezza e la liberazione dalle catene del passato.

    Il “posto delle fragole”, dunque, non è solo un ricordo da custodire, ma anche una lezione: imparare a vivere nel presente senza dimenticare chi siamo stati, senza essere intrappolati nel rimpianto, ma con il cuore aperto a tutto ciò che la vita ha ancora da offrirci.


    dai ricordi alla rinascita

    Il viale dei ricordi non è solo un luogo di perdita, ma anche di rinascita. Perché, in fondo, è proprio grazie ai ricordi che continuiamo a vivere, a dare significato al nostro presente, e a guardare al futuro con la consapevolezza che, anche se tutto cambia, alcune cose rimangono dentro di noi.

    Non dobbiamo dimenticarci che, nonostante le cicatrici, nonostante le perdite, siamo ancora qui, con la capacità di sperimentare nuovi momenti, nuove emozioni e nuove connessioni.

    Vivere non significa dimenticare, ma imparare a convivere con ciò che è stato, senza lasciarlo definire il nostro presente. Significa dare spazio a nuove esperienze, a nuove risate, a nuovi abbracci. Dobbiamo ricordarci che il futuro è ancora tutto da scrivere, e che, anche se il passato ci ha lasciato le sue tracce, siamo noi i veri autori della nostra vita.

    Non dobbiamo mai smettere di vivere, anche quando la nostalgia ci assale. Non dobbiamo mai dimenticare che, ogni tanto, è necessario fermarsi a respirare, ma sempre con lo sguardo rivolto avanti. La vita è un viaggio che merita di essere vissuto fino in fondo, con tutte le sue imperfezioni, i suoi momenti di felicità e di dolore. Ed è proprio in questo equilibrio che troviamo la nostra forza.


    conclusione

    Panta rei

    (in greco antico: πάντα ῥεῖ, “tutto scorre”)

    La convivenza con l’assenza è un processo silenzioso, un dialogo continuo con ciò che è stato e che non potrà più essere. I ricordi, così vivi da sembrare tangibili, diventano i compagni di un viaggio in cui la nostalgia si mescola all’accettazione. Non possiamo fermare il tempo né riportare indietro le persone che abbiamo perso, ma possiamo imparare a custodire ciò che hanno lasciato dentro di noi.

    Accettare la perdita, infatti, non significa dimenticare, ma riconoscere che certi legami, anche se mutano o si dissolvono, continuano a esistere in una forma diversa: nelle sensazioni che riaffiorano, nei luoghi che raccontano storie, nelle risate che ancora risuonano nella memoria.

    Forse, alla fine, convivere con l’assenza significa proprio questo: non cercare di colmare il vuoto, ma imparare a camminare accanto ad esso, lasciandoci guidare da ciò che è stato senza rimanere prigionieri di ciò che non potrà più essere. Dunque non si tratta di cancellare il passato o di rinnegare il dolore della perdita, ma di permettere a ciò che è stato di accompagnarci senza impedirci di andare avanti.

    Come un treno che riprende la sua corsa dopo una sosta, la vita ci spinge avanti, e l’assenza viaggia con noi. Non come un peso insostenibile, ma come un compagno silenzioso, una presenza discreta che ci ricorda chi siamo stati e chi possiamo ancora diventare. In fondo, forse è proprio la capacità di convivere con l’assenza a renderci davvero liberi: liberi di ricordare senza rimanere intrappolati, liberi di sentire senza esserne sopraffatti, liberi di proseguire il nostro viaggio senza paura di voltare lo sguardo indietro.

  • l’importanza di distinguere comportamento e persona

    Comprendere i comportamenti, senza etichettare le persone, è la chiave per aiutare gli studenti a crescere: aspettative positive, linguaggio rispettoso e relazioni di fiducia possono trasformare il disagio in sviluppo.


    indice


    l’importanza del linguaggio

    Spesso ci capita di osservare o vivere situazioni in cui viene manifestato un comportamento aggressivo. La nostra tendenza è categorizzare la persona che lo manifesta come una persona aggressiva piuttosto che spostare l’attenzione dalla persona al suo comportamento. Ciò che facciamo è dire “questa persona è aggressiva” piuttosto che “questa persona si è comportata in modo aggressivo”.
    Dire una cosa piuttosto che l’altra non è lo stesso, sono due categorizzazioni completamente diverse, in una si categorizza e giudica la persona, nell’altra il suo comportamento.
    Categorizzare e giudicare una persona come aggressiva è sbagliato. Perchè?
    Per diversi motivi in realtà:
    1. Facendo in questo modo si va a etichettare una persona, a darle una forma ben precisa, come se venisse posta una diagnosi su di essa, come se non potesse essere poi qualcos’altro. Ci si dimentica del resto, e ci si concentra solo su quella parte aggressiva, che viene generalizzata all’interezza della persona, non ricordiamo più chi è Mario (nome fittizio usato per esprimere meglio l’esempio) o se Mario è qualcos’altro oltre a essere aggressivo.
    2. L’aggressività potrebbe non appartenere alla struttura di personalità della persona in esame, ma potrebbe semplicemente essere uno strumento di comunicazione che viene utilizzato da questa persona per comunicare qualcosa che diversamente passa inosservato. È per questo che è bene prediligere una frase che metta l’accento sul comportamento, perchè in questo modo non ci si dimentica del resto ma si cerca di capire quale sia la causa di quel comportamento aggressivo.

    a scuola

    Spesso a scuola – più che nella vita al di fuori – ci si dimentica di fare questa distinzione tra persona e comportamento. Accade diverse volte che i docenti si improvvisino psicologi e partendo da un comportamento di uno studente, vadano ad appicciargli sopra una diagnosi trasformando l’intera persona in una forma, che potrebbe addirittura essere sbagliata (per il secondo motivo riportato nel paragrafo prima, dunque, per il fatto che un comportamento potrebbe benissimo essere una forma di comunicazione).

    Precisando che i docenti non hanno le competenze e gli strumenti necessari a fare una diagnosi, vorrei informarvi che gli psicologi, che invece hanno tali strumenti e dunque sono in grado di formulare una diagnosi, non si concentrano solo su di essa, non la considerano un punto di arrivo, ma un punto di partenza per capire dove una persona potrebbe avere più difficoltà, senza trascurare il resto, perchè una persona non è solo la diagnosi che gli viene fatta, è anche tanto altro.

    Tutto ciò a scuola accade anche per i voti, usati in modo disfunzionale, perchè non viene mai precisato che il voto che un docente assegna è riferito al compito dello studente, non allo studente. Dunque il voto non è riferito alla persona ma a ciò che quella persona ha prodotto, serve a misurare una performance e dovrebbe inoltre essere spiegato il perchè di quella misura e come potrebbe fare lo studente a migliorare, facendogli notare cosa ha portato a quella misura, cioè cosa è stato considerato dal docente in quel compito per arrivare ad attribuire quel punteggio.

    A scuola ci si dimentica di fare tutto ciò, e di questo ne parleremo in un altro articolo incentrato sulla scuola, dove affronterò i punti critici di quest’ultima parlandovi della scuola di Barbiana e di Don Lorenzo Milani, oltre ad affrontare e analizzare la proposta di un docente dei voti da scoprire come gratta e vinci.

    l’effetto pigmalione

    Come accennato nel paragrafo sopra, nel contesto scolastico, sia quando vengono assegnati dei voti, sia quando viene notato un particolare comportamento, si tende a categorizzare quello studente nella sua interezza basandosi unicamente su quel voto o su quel comportamento.
    Una spiegazione di quanto succede ci viene fornita dall’effetto pigmalione.

    L’effetto Pigmalione si basa sulla teoria della “profezia che si autorealizza”, secondo cui le aspettative di un insegnante nei confronti di uno studente influenzano in modo significativo il comportamento e le prestazioni dello studente stesso. Se un insegnante ritiene che un alunno sia più o meno dotato rispetto agli altri, tenderà a trattarlo in modo diverso, anche senza rendersene conto. Questo trattamento diverso porterà lo studente ad interiorizzare la valutazione dell’insegnante e ad adattare il proprio comportamento di conseguenza. Così, si crea un circolo vizioso che fa sì che lo studente diventi esattamente come l’insegnante lo aveva immaginato.

    Va sottolineato che la percezione negativa da parte dell’insegnante potrebbe indurre lo studente a sentirsi svalutato e ingiustamente trattato, portandolo a ridurre i propri sforzi o ad avere una bassa autostima. D’altro canto, se l’insegnante dà più fiducia a un alunno, questi si sentirà incoraggiato a fare meglio, poiché riconoscerà che il suo impegno viene apprezzato. Questo tipo di discriminazione potrebbe estendersi anche ai compagni di classe e ai genitori, influenzando il giudizio sociale e le dinamiche di gruppo.

    Questo effetto descrive il fenomeno per il quale ogni docente tende a crearsi un’immagine di ciascun allievo che non sempre corrisponde al vero. Si può credere che un alunno sia il migliore o il peggiore, che avrà successo oppure insuccesso, grazie ad alcuni elementi informativi disponibili o anche a caratteristiche di personalità e fisiche.

    Di questo particolare caso in ambito scolastico se ne parla meglio in un articolo di E. Fortunato su Orizzontescuola.it:
    Valutazione studenti, attenti all’effetto Pigmalione. Come liberarsi dai condizionamenti: dalla continuità ai BES e DSA

    L’effetto pigmalione spiegato in breve: viene detto ai docenti che lo studente X (scelto a caso) è il più intelligente della classe, e nonostante i docenti affermino che non si faranno influenzare da questa informazione e che tratteranno alla pari tutti gli studenti, interiorizzano invece quell’informazione e in modo inconsapevole “tratteranno meglio” quello studente. Il risultato che si osserva alla fine è che quello studente sarà poi più avanti di tutti gli altri. Per questo viene chiamato l’effetto della profezia che si autorealizza. Tutto ciò accade anche in modo opposto, dunque con una credenza negativa, si va poi a confermare tale credenza. Se viene detto che lo studente X è aggressivo, quello studente non sarà mai altro e finirà che diventerà seriamente aggressivo.
    (Ho spiegato questo concetto esagerando, ma bisogna considerare che ogni casistica è sempre unica)

    l’importanza di sentirsi accolti

    Rocco Latrecchiana, un insegnante di Storia dell’Arte ad Abbiategrasso, ha raccontato l’aggressione subita il 15 ottobre 2024 da uno dei suoi studenti, che lo ha colpito con un calcio al volto, fratturandogli il naso. L’insegnante ha denunciato la crescente violenza e mancanza di rispetto nelle scuole, dove i ragazzi si sentono “onnipotenti” e spesso ignorano le regole. Ha anche suggerito che le lezioni di educazione civica dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione dei reati e sull’educazione alla legalità fin dalle scuole primarie. Nonostante l’aggressione, Latrecchiana sta ancora valutando se continuare ad insegnare. La famiglia dello studente ha inviato una mail di scuse.
    La notizia completa su Orizzontescuola.it

    Dopo tale accaduto, sulla piattaforma social Instagram, sotto al post riportante questa notizia di Orizzontescuola.it varie persone hanno iniziato a commentare. Diversi commenti hanno catturato la mia attenzione, ad esempio, i commenti di chi sosteneva la necessità di punizioni esemplari come l’espulsione del ragazzo.
    Io sono fortemente in disaccordo, e vi svelo l’incoerenza e l’insensatezza di questa punizione.

    Espellere un ragazzo da scuola per insegnargli qualcosa è privare questo ragazzo dell’opportunità di essere educato, dato che è la scuola il luogo dove convergono insegnamento e educazione.

    Come si può pensare di educare un ragazzo sottraendolo al luogo per eccellenza dell’educazione?

    Che messaggio darebbe la sua espulsione? Tutti si comporterebbero bene per paura di essere espulsi? No, non credo, anzi, sentirebbero che neanche la scuola li accoglie perchè incapace di tollerare la loro divergenza, e crederebbero ancora meno a questa istituzione.

    Non si educa vietando l’educazione. È un paradosso.

    Lettera a una professoressa, di Don Lorenzo Milani, accennava come i ragazzi bocciati, espulsi o quanto altro, venivano accolti alla scuola di Barbiana (di cui parlerò come accennato prima in un altro articolo), dove tutti potevano dare il loro contributo, dove tutti si sentivano ”giusti’ e non ‘sbagliati’. Perchè? Perchè non erano trattati come studenti, ma come persone. La loro storia di vita non veniva accantonata perchè non interessava in quel momento e disturbava l’apprendimento delle materie, ma veniva ascoltata e si cercava di comprendere come quella storia di vita potesse essere d’aiuto pure per gli altri.
    Oggi nelle nostre scuole vengono etichettati gli studenti per il loro ‘sentirsi onnipotenti’. Io credo fortemente che sia il sistema e i suoi docenti a sentirsi in questo modo, non i ragazzi.
    Una soluzione che propongo è l’instaurarsi di un rapporto di amicizia tra docenti e studenti, anzichè consolidare le distanze. Siamo in un’epoca diversa, dove l’autorità ha perso di credibilità e dove il rispetto si guadagna con l’affetto non con il timore. Per questo un legame d’amicizia potrebbe portare gli studenti a relazionarsi con i docenti, ad aprirsi con loro, a sentirsi ascoltati, accolti e tollerati e automaticamente il loro comportamento si modificherebbe in meglio, così come ci dice l’effetto pigmalione. Non dico che i docenti debbano perdere il loro ruolo autoritario, ma devono anche essere capaci di sapere quando annullare le distanze e instaurare un rapporto più amicale con lo studente.

    Tutto ciò risulta funzionale soprattutto nei casi in cui il comportamento degli studenti sia un comportamento aggressivo. E a questo proposito, ritornerei al titolo di questo articolo, ma prima vi consiglio la visione di un film e una serie tv che mostrano un esempio positivo e funzionale di scuola e insegnamento.

    filmografia consigliata

    FREEDOM WRITERS

    “Freedom Writers” è un film drammatico basato su una storia vera. La trama ruota attorno a Erin Gruwell, una giovane insegnante che prende in carico una classe di studenti problematici in una scuola superiore di Long Beach, California. I suoi studenti provengono da quartieri segnati da violenza, razzismo e povertà. Inizialmente, gli studenti sono disinteressati e ostili, ma Erin riesce a guadagnarsi il loro rispetto utilizzando metodi non convenzionali, come l’insegnamento della scrittura attraverso le loro esperienze personali.

    La sua passione e dedizione li motivano a scrivere i loro diari, che diventano una forma di espressione per raccontare le difficoltà e le ingiustizie che vivono. Il gruppo di studenti, che prima erano divisi da pregiudizi e conflitti, inizia a unire le forze, grazie alla sua guida, e diventa un esempio di speranza e cambiamento.

    Il film esplora temi di resilienza, educazione, e l’importanza di dare una voce a chi spesso viene ignorato, dimostrando come un insegnante può fare la differenza nella vita degli studenti.


    UN PROFESSORE

    Un Professore è una serie italiana che segue la storia di Dante, un insegnante di filosofia in un liceo classico, interpretato da Alessandro Gassmann. Dante è un uomo segnato dalla vita, che cerca di insegnare ai suoi studenti non solo la materia, ma anche le lezioni di vita, affrontando le difficoltà dell’adolescenza e le proprie battaglie personali. La trama ruota attorno al suo rapporto con gli studenti, ognuno con le proprie problematiche, e alla sua capacità di aiutare a superare ostacoli sia emotivi che scolastici. La serie esplora temi come la passione per l’insegnamento, le sfide familiari e la crescita personale, mescolando momenti di riflessione e emozione con le dinamiche quotidiane di una scuola.


    l’importanza di distinguere comportamento e persona: l’aggressività come comunicazione

    Estratto del libro “Nelle stanze dei bambini alle nove della sera” di Paola Milani. (Questa storia è scritta con il linguaggio di un bambino, come se fosse il bambino stesso a scrivere della sua vita avviando un dialogo interiore)

    Denis, 4 anni, periferia di Salerno
    Adesso sono a letto. Dormo nel letto sotto del letto a castello. Nel letto sopra dorme Karim.
    La mamma ha chiesto a Rashad di dormire vicino a me, in un materasso per terra con le lenzuola sempre ruvide, anche se la camera è piccola, ma non c’è niente oltre al letto, quindi un materasso in più c’è stato. Però io e Karim dobbiamo passare sopra il materasso di Rashad per andare a letto.
    Quasi mai c’è Ennio. Mai c’è papà. Delle volte c’è la mamma, delle volte no. Lei pensa che io sono a letto tranquillo e che quindi finalmente può uscire. Stamattina la mamma mi ha svegliato, ma era già stanca, mi ha detto di vestirmi, mi ha dato due biscotti, si è messa una giacca sopra la camicia da notte, mi ha accompagnato dalla vicina del piano, che tutti i giorni accompagna sua figlia, Irene, a scuola con me, e siamo andati a scuola noi tre, camminando con calma. Mamma credo che sia tornata a letto. Poi non so cosa ha fatto, alle quattro è venuta a scuola a prendermi. Non capita quasi mai. Sono rimasto molto stupito. Contento.
    Ogni giorno, dopo pranzo, a scuola, mi viene su un qualcosa che non so cos’è… agitazione, paura, … non riesco più a stare attento e la maestra dice che non mi sopporta perché disturbo il lavoro di tutti. Vorrebbe mandarmi a dormire con i bambini più piccoli, ma come faccio secondo lei a dormire, con il cuore che delle volte mi batte in gola. Mi batte in gola le volte che non so se qualcuno viene a prendermi per portarmi a casa. Delle volte non viene nessuno, resto da solo e le maestre si lamentano e tra loro dicono cose bruttissime sui genitori che si dimenticano i bambini a scuola. Ogni giorno ho paura che succeda questa cosa di essere dimenticato. L’ora prima delle quattro è una brutta ora, bruttissima ora.
    Oggi invece è venuta la mamma, era vestita normale e mi ha aiutato a mettermi il cappotto. Siamo andati a casa e mi ha lasciato con l’iPad fíno a quando è tornato Rashad, che l’ha rivoluto. Hanno litigato perché lei non sapeva dov’era andato e voleva che facesse i compiti. Non so perché lui non li vuole mai fare. Lui non li fa e poi lei smette di gridare e si mette a guardare il suo telefono. Karim era a casa e ha preparato la cena. Sa fare delle buone uova e c’era un buon pane che gli aveva comprato suo papà, che è bastato per tutti.
    Dopo cena, quando Karim mi dice che sono le nove, vengo a letto da solo, perché Ennio vuole che la mamma stia con lui. Ci metto tanto ad addormentarmi, ma non chiamo nessuno a farmi compagnia perché so che nessuno verrebbe. Non riesco a dormire finché non sento che anche Karim e Rashad vengono a letto. Loro non lo sanno che li sento perché io sto con gli occhi chiusi. La mamma e Ennio non li sento quasi mai, invece, andare a dormire.
    Nel letto è buio, ma le pareti della stanza che mi circondano mi fanno sentire protetto, anche se, prima di addormentarmi, vengono a galla, come se fossero bolle nel mare, tante paure forti:
    la paura di non sapere chi mi viene a prendere domani,
    chi troverò a casa, se la mamma è arrabbiata,
    dove è andato Rashad,
    se Ennio vuole che la mamma esca con lui,
    se la mamma si ricorda di svegliarmi domani mattina,

    Solo quando tutte queste paure sono passate tra la testa e la pancia, e vanno anche loro a dormire, anch’io riesco ad addormentarmi, ma non faccio quasi mai bei sogni.


    La stanza angusta e vuota di Denis riflette la solitudine di questa famiglia e l’invisibilità di questo bambino che va a dormire e si alza da solo, resta a scuola ad aspettare che qualcuno si ricordi di lui, perchè le figure genitoriali non sono in condizione di soddisfare i bisogni di ascolto, relazione, accudimento, affetto, riconoscimento del bambino. Il riconoscimento è il bisogno fondamentale dell’essere umano.


    Questa storia denuncia il fenomeno della negligenza, che sta dilagando nella nostra società. Questa storia, inoltre, può essere una buona e valida base per comprendere la comunicazione che c’è sotto determinati comportamenti particolari nei bambini così come nei ragazzi delle scuole medie e superiori.

    Denis è un bambino che attende di essere riconosciuto, guardato tutto intero.
    Un bambino come Denis che ogni pomeriggio, a scuola, va in ansia, diventa irrequieto e “disturba”, perchè sa che la sua mamma può non farcela ad arrivare a scuola a prenderlo, non è affatto scontato che sia un bambino con un “disturbo del comportamento”, non è neppure un bambino da etichettare come BES. Fare questo è come mettere a fuoco la parte senza vedere il tutto.

    A volte dietro un comportamento che può apparire e essere categorizzato e giudicato come aggressivo può nascondersi per l’appunto una comunicazione, un bisogno, una preoccupazione, e ciò che bisognerebbe fare non è focalizzarsi su quella parte, ma notare quel comportamento senza giudicare la persona in base a quello, ma cogliere questa comunicazione che ci sta al di sotto.
    Prima di etichettare la persona per quel comportamento, bisognerebbe domandarsi se quel comportamento sta a significare qualcosa e se è il mood che sta utilizzando quella persona per dirci qualcosa.
    Nel caso di Denis quel comportamento era un modo per farsi notare dalla maestra, per mostrare la sua preoccupazione, per dare linguaggio alla sua invisibilità che non riusciva a denunciare, visto che in casa viveva in una situazione di negligenza e di trascuratezza da parte delle sue figure genitoriali.
    La storia di Denis è la storia di un bambino, ma non è distante dal mondo adolescenziale e adulto. Queste situazioni si verificano se non allo stesso modo, in modo parecchio simile. Certi comportamenti sono comunicazioni con il solo scopo di essere notati perchè magari in un luogo come a casa, non lo si è.
    Perchè l’aggressività? Perchè è uno di quei comportamenti che infastidisce, che dà all’occhio, è un comportamento disturbante che cattura l’attenzione e che è difficile da non notare.
    Spesso gli studenti comportandosi in modo aggressivo comunicano il loro bisogno di essere notati, riconosciuti, visti, accolti. ascoltati e non giudicati. Lo fanno a scuola, perchè a casa potrebbe essere che siano invisibili agli occhi dei componenti della loro famiglia. Non per questo devono essere espulsi, perchè l’espulsione porta al peggioramento di questa situazione. Neanche a scuola è stata colta la comunicazione dietro l’aggressività, e allora lo studente potrebbe cercare un altro luogo dove comportarsi in quel modo.

    conclusione

    Per concludere,
    è fondamentale comprendere che dietro a un comportamento, anche aggressivo, c’è sempre una comunicazione, un bisogno non espresso o un disagio che merita attenzione. Piuttosto che etichettare una persona, è più utile concentrarsi sul comportamento e cercare di capirne le radici, senza dimenticare che ogni individuo è molto più della somma delle sue azioni. A scuola, come nella vita, dobbiamo impegnarci a costruire relazioni basate sulla comprensione e sull’ascolto, piuttosto che sulla punizione o sul giudizio. Solo così possiamo aiutare gli altri a esprimersi, a migliorare e a sentirsi accettati, riducendo il rischio che i comportamenti problematici diventino un modo per cercare di ottenere l’attenzione che spesso manca. La scuola, in particolare, dovrebbe essere un luogo di crescita e di accoglienza, dove ogni studente, indipendentemente dai suoi comportamenti, possa trovare la possibilità di essere visto, ascoltato e valorizzato per la persona che è e potrebbe diventare.

  • pandemia e generazioni: lezioni per il futuro

    Il Cuore Perduto delle Generazioni: Un Confronto Tra Passato e Futuro

    Continuo a pensare che chi è stato adolescente negli anni ’70, ’80 e ’90 abbia vissuto qualcosa di speciale, qualcosa che noi, giovani di oggi, non vivremo mai. Quegli anni erano impregnati di un’atmosfera unica: non c’erano smartphone, social network o internet. La comunicazione era più diretta, i rapporti più autentici. Le serate tra amici erano fatte di discorsi senza interruzioni, di giochi di gruppo, di musica che arrivava dalle radio locali e che si ascoltava in modo condiviso, senza la possibilità di fare skip su una canzone che non ti piaceva.

    Oggi tutto è diverso. È come se il cuore di tutti gli adulti che conosciamo, e che tanto critichiamo per la loro rigidità e le loro aspettative, si fosse perso in quegli anni. Il mondo, infatti, è cambiato. E loro si ritrovano oggi in una nuova epoca, dove lo spazio e il tempo sono fatti su misura per la generazione che sta crescendo ora.

    Siamo noi, i giovani, gli esperti di quest’epoca. Noi siamo il presente e, in un certo senso, siamo anche il futuro. Loro, i “nostri adulti”, sono il passato che fatica a diventare presente. E non possiamo ignorarlo: sono cresciuti in un mondo che, seppur incredibile, non aveva nulla a che fare con quello in cui viviamo ora. Il loro passato è lontano, eppure lo portano dentro, in ogni critica che ci rivolgono.

    La Pandemia e la Sua Lezione

    Cosa mi ricorda tutto questo? La pandemia. Non è casuale che faccia questo paragone, perché la pandemia ha avuto un impatto che ancora oggi si riflette sulla nostra vita. Ricordate quando siamo stati catapultati nel lockdown? La nostra routine quotidiana si è stravolta in un batter d’occhio. Le scuole chiuse, il lavoro da remoto, l’impossibilità di uscire di casa… All’inizio sembrava che il tempo si fosse fermato. Una sensazione surreale di sospensione, come se avessimo avuto tutto il tempo per riflettere su ciò che stava accadendo. Molti di noi hanno sperimentato un’ansia per il futuro che non avevamo mai conosciuto prima.

    Eppure, quando la pandemia è finita, ci siamo accorti che, per quanto fossimo tornati alla normalità (o meglio, a una nuova “normalità”), nulla sarebbe stato più lo stesso. Ci siamo ritrovati a fare i conti con un mondo cambiato: le relazioni sociali, ad esempio, sono diventate più difficili da ricostruire. Abbiamo dovuto riadattarci. E anche ora, a distanza di tempo, gli effetti della pandemia si fanno ancora sentire, soprattutto nella nostra psiche. Ma non siamo più nella stessa situazione. Siamo più consapevoli, ma anche più fragili.

    La Perdita di Connessione tra Generazioni

    Immaginate per un momento la generazione degli adulti come noi durante, pre e post pandemia. In un certo senso, sono come estranei. Quando criticano il presente, criticano la nuova generazione, ma spesso non si rendono conto che non hanno ancora avuto accesso alla comprensione di questa nuova epoca. Sono nel pieno di una “pandemia” del tempo, quella che li vede incapaci di adattarsi al cambiamento.

    Pensateci: negli anni ’70 e ’80, il mondo era diverso. La musica che si ascoltava in quegli anni, come i Beatles o i Queen, era un fenomeno che univa le persone in maniera completamente diversa rispetto a come succede oggi. Oggi ascoltiamo la musica in modo individuale, magari in cuffia, senza più quella dimensione collettiva che c’era un tempo nei concerti o nelle discoteche. I social media e le piattaforme di streaming hanno modificato radicalmente il modo in cui viviamo il nostro tempo libero. Ogni aspetto della vita quotidiana si è evoluto così velocemente che molti adulti fanno fatica a stare al passo.

    Eppure, non è una colpa. Sono come noi, studenti che si lasciano tutto per l’ultimo minuto, accumulando stress, appunti, lezioni e pagine di libri fino all’ultimo giorno prima dell’esame. Immaginate la sensazione di avere un compito così grande da doverlo affrontare tutto in una volta. È il burnout della conoscenza, dell’adattamento. Gli adulti oggi sono travolti da un mondo che cambia più velocemente di quanto possano digerirlo.

    Futuro Incerto: Il Potere del Cambiamento

    Quando gli adulti criticano la nostra generazione, non si rendono conto che, come loro, anche noi siamo costretti ad adattarci a un mondo che cambia a una velocità vertiginosa. Non hanno il tempo di fermarsi e riflettere, perché mentre stanno cercando di capire una novità, ce n’è già un’altra pronta a sorprenderli. È come se il futuro avesse un potere quasi magico: quello di sorprenderci sempre, di destabilizzarci.

    E se ci pensiamo, è lo stesso potere che noi abbiamo, ma per motivi diversi. Siamo figli di un mondo in cui la novità è la norma. Cresciamo con la consapevolezza che ogni giorno può portare una nuova sfida: dal cambio di algoritmo di un social network alla crescita della nostra carriera, dalle nuove opportunità educative all’emergere di movimenti culturali che ci spingono a ripensare il nostro posto nel mondo.

    C’è chi riesce a stare al passo coi tempi, chi riesce a cavalcare l’onda e a sfruttare le opportunità che arrivano. Ma c’è anche chi si fa travolgere dal tempo, chi si lascia spaventare dal cambiamento. E non è una colpa. È la vita.

    Conclusione: Il Nostro Passaggio nel Tempo

    Le generazioni si confrontano costantemente con il cambiamento, ma ciò che distingue quella di oggi è la velocità con cui tutto accade. Siamo noi che stiamo vivendo il presente, ma anche noi, prima o poi, dovremo fare i conti con la nostra parte di passato, che sarà inevitabilmente influenzata da ciò che abbiamo vissuto. Sarà allora che anche noi ci troveremo a guardare i giovani di domani e a domandarci come sarà il loro mondo.

    E nel frattempo, continuiamo a fare il nostro cammino, tra la consapevolezza di essere il presente e la speranza di diventare un giorno il futuro.

  • Parlano di me, ma io vivo a Terabithia

    il peso degli stereotipi sulla società moderna

    “Parlano di me fin da quando ero nel pancione. Preferiscono chiedersi ‘Cosa nascerà?’ invece di chiedersi ‘Chi nascerà?’. Per loro è importante capirlo subito, altrimenti non sanno nemmeno che colore scegliere per i vestiti. Hanno bisogno di sapere se sarò maschio o femmina, non possono vivere nell’incertezza; hanno bisogno di forme precise. A partire dai miei attributi sessuali, mi assegneranno poi una serie di caratteristiche: competenze, capacità, sentimenti e inclinazioni.”

    Per Pierre Bourdieu, gli individui utilizzano etichette per esistere socialmente, cioè per possedere delle apparenze che consentono loro di essere riconosciuti in base a specifiche proprietà distintive. La distinzione mal tollera le ambivalenze di significato. Esistono solo uomini e donne, maschi e femmine, bianchi e neri. In realtà, sappiamo bene che esiste anche il grigio (oltre agli altri colori), ma per loro il grigio è ‘diverso’, e ciò che è diverso non può essere accettato. Al contrario, Margaret Mead sostiene che i sessi siano almeno tre: maschi, femmine e altro.

    La nostra società ha però bisogno di ordine fin da subito, e ciò che cerchiamo di fare è aderire perfettamente al nostro ruolo: ‘Sono un maschio, quindi devo comportarmi da maschio’. Recitiamo una parte sulla ribalta goffmaniana, dove veniamo giudicati in base a ciò che gli altri si aspettano di vedere: i maschi devono comportarsi come maschi, le femmine come femmine.

    Per Erving Goffman, la “ribalta” è il contesto pubblico in cui le persone si comportano come se fossero su un palcoscenico, cercando di mostrarsi al meglio davanti agli altri. È quando siamo osservati e dobbiamo seguire certe aspettative sociali, come al lavoro o a una festa.

    Come dice Oscar Wilde: “Non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione.” Quando ci vedono, si aspettano subito che aderiamo alle aspettative che hanno attribuito al nostro ruolo. Se ci discostiamo da questi attributi, la nostra identità non regge più. Se sono un maschio e ho una voce più femminile, e nella ribalta non riesco a controllarla, divento qualcosa di inaccettato, incompreso. Non sono più un maschio, divento qualcos’altro, un’anomalia.

    Per fortuna, Goffman parla anche di un “retroscena”, uno spazio dove possiamo rilassarci e prendere le distanze dalle aspettative, dove possiamo integrare le nostre diverse parti. Ognuno di noi porta dentro di sé aspetti sia femminili che maschili, e non c’è nulla di male in questo.

    Tuttavia, spesso risulta difficile aderire perfettamente a questa forma. E quando si perde il controllo, loro continuano a parlare di me.

    “Sentono la mia voce e mi chiedono: ‘Perché hai questa voce?’. Non posso avere i capelli lunghi, me l’hanno già detto: ‘Cosa vuoi essere, una femminuccia?’. Un giorno hanno visto come scrivo, ordinato e comprensibile, e anche allora hanno parlato di me: ‘Perché scrivi bene? Sei sicuro che non ti piacciano i maschi? Scrivi da femmina’.”

    Si avverte il peso di uno schema rigido, un conflitto tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. Le differenze assumono significati specifici, che nella maggior parte dei casi sono negativi, trasformandosi in disuguaglianze. Durante le conversazioni, si utilizzano spesso termini che non rispecchiano il loro significato originale, ma sono usati per sminuire e umiliare, per discreditare chi non si adatta allo schema. Così facendo, si continua a perpetuare la disuguaglianza.

    Ogni volta che parlano di me in questi termini dispregiativi, il mio umore e la mia autostima calano. Cerco su internet: “Come posso essere più maschio, più mascolino?” Tutto perché c’è questa necessità di rientrare in uno schema accettato e previsto dalla società.

    Spesso, negli ambiti delle discriminazioni di genere, vengono usati appellativi negativi per sminuire, mortificare e far sentire inferiori coloro che sono bersaglio di questi giudizi. Le intenzioni di chi usa certi termini sono spesso offensive e possono avere gravi conseguenze. Non vanno dimenticati i casi di suicidio legati all’uso scorretto di questi termini, che hanno fatto sentire le vittime come degli errori: “Non rientro nello schema in cui dovrei stare, non sono normale e non c’è cura per la mia anormalità”. Questo porta le persone a sentirsi in colpa per ciò che sono.

    Le differenze vengono considerate escludenti, allontanando i soggetti e negando la possibilità di trovare un terreno comune di comprensione reciproca. C’è la convinzione che non si possa stare fuori dallo schema. Ma io non sono abituato a questo. Riesco ancora a vedere il serpente che ha inghiottito un elefante.

    In Un ponte per Terabithia, il protagonista Jess Aarons, che vive in una situazione di svantaggio sociale, si ritrova a colorare con un pennarello nero le parti rosa delle scarpe di sua sorella per poterle usare a scuola senza essere preso in giro dai compagni. È nell’incontro con l’altro che l’aspetto di una persona diventa ciò su cui si basa la sua “identità sociale”, per capire se fa parte del “Noi” o del “Loro”. Come dice Wilde: che problema ci sarebbe se a lui piacesse il rosa? Siamo vittime e creatori di stereotipi che influenzano le nostre azioni quotidiane, limitando ciò che possiamo desiderare e fare, solo perché qualcosa non rientra nell’ordine stabilito.

    Bourdieu sostiene che quando costruiamo un ordine sociale, creiamo una gerarchia e incide il riferimento simbolico che abbiamo: i lavori per maschi e per femmine, gli sport per maschi e per femmine. Questo può spiegare il celebre dilemma del chirurgo, nato per evidenziare la forza degli stereotipi:

    “Un padre e suo figlio vengono coinvolti in un incidente automobilistico. L’uomo muore sul colpo. Il ragazzo, ferito gravemente, viene portato in ospedale. In sala operatoria, appena il chirurgo vede il paziente, afferma: ‘Non posso operare, questo è mio figlio’”.

    Non riusciamo a risolvere questo indovinello, così come quello dei 9 punti da collegare con 4 linee rette, perché siamo abituati a rimanere dentro schemi sociali rigidi e non consideriamo una pluralità di forme. Questo è ciò che succede a Jess Aarons, il protagonista di Un ponte per Terabithia, che inizialmente non riesce a vedere Terabithia come invece fa facilmente Leslie, la nuova ragazza della scuola. Jess, dotato di talento artistico e amore per la natura, è un solitario e viene preso di mira dai bulli. Non capisce subito come giocare a “questo gioco” che Leslie gli propone, mentre lei gli fa capire che “non è un gioco, è tutto vero”.

    Leslie ha un modo unico di vedere e vivere Terabithia, e così come ognuno di noi ha dei “codici spaziali” per interpretare e vivere lo spazio, il mondo si manifesta in modi diversi a seconda degli individui. Come dice Melucci, “L’incontro è la possibilità di accostare due regioni di significato, due campi di energia a frequenze diverse e di farli vibrare insieme”. Bisogna rinunciare a considerare la nostra posizione come assoluta e privilegiata per diritto naturale, e aprirci all’Altro, dialogando con lui.

    Come suggerisce Sclavi, “se vuoi comprendere ciò che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose dalla sua prospettiva”. L’exotopia si basa sulla possibilità di chiedere all’Altro di raccontare la propria esperienza, di chiedere ed ascoltare per comprendere, senza giudicare o escludere. “Aiutami a vedere”. Questo approccio ci permette di riconoscere l’Altro, con le sue differenze, senza fare distinzioni basate su ciò che consideriamo “normale”.

    Nel film Un ponte per Terabithia, Leslie e Jess creano il loro regno fantastico, lontano dalle etichette e dalle aspettative che la società ha su di loro. È in questo rifugio che possono essere sé stessi, lontani dallo schema rigido che li vuole conformati. La “serendipità” entra in gioco quando, cercando un luogo di rifugio, si trovano in un posto che diventa loro, dove possono sfuggire al peso delle disuguaglianze.

    Con il titolo Parlano di me, ma io vivo a Terabithia, faccio riferimento a tutte quelle distinzioni sociali e alle frasi che molte persone, me compreso, si sentono dire. Parlo degli strumenti di categorizzazione che la società usa per distinguere chi è ‘normale’ da chi non lo è, e di come questi stereotipi limitino la nostra libertà di essere ciò che siamo davvero. Che sia la voce, i capelli, o le passioni, la differenza non è mai un difetto. È ciò che ci rende unici. Terabithia, o qualsiasi altro rifugio che creiamo, ci aiuta a trovare il nostro spazio, dove possiamo essere ciò che vogliamo essere senza doverci adattare a uno schema predefinito.