“Giochiamo a non farci vedere?”
Ricordo le domeniche d’estate, noi che giocavamo sulla spiaggia e loro che parlavano della vita.
Ricordo i tramonti di quelle sere che non volevamo finissero mai. Lasciavamo il mare con un sentimento di nostalgia, mentre tornavamo a casa ad una routine di vita che ci apparteneva, ma che sentivamo il bisogno di abbandonare, anche solo per quel tempo necessario a vivere quella magia. E accadeva spesso che quella nostalgia diventava così forte che la sera stessa trovavamo sempre una scusa per rincontrarci.
Cambiava il luogo ma non quel bisogno di stare insieme, di evadere dalla realtà.
Nel momento di andar via, ci salutavamo sempre come se fossimo incoscienti, come se fingessimo di non sapere che da lì a poco ci saremmo chiamati per mettere insieme gli avanzi della giornata e riunirci per cenare insieme.
Come un rituale.
Forse avevamo bisogno di credere che ogni fine fosse qualcosa che potevamo cambiare.
E anche se non ci trovavamo più al mare, in uno spazio aperto, circondati dal rumore delle onde e dal vento che ci scompigliava i capelli, sapevamo ugualmente come divertirci.
Le mura di una casa non erano un limite per noi, perché io e te insieme potevamo tutto.
Avevamo inventato un gioco, ti ricordi?
Lo chiamavamo il gioco del ‘non farci vedere’, noi, piccoli ideatori di mondi fantastici con il potere di trasformare la realtà nel nostro gioco preferito, e ci divertivamo, sì.
Loro diventavano i nostri ‘nemici’, quelli da cui non dovevamo farci scoprire, dovevamo osservarli, passare accanto a loro, ma senza mai farci vedere.
Era impossibile. Ma noi pensavamo di riuscirci. E loro fingevano di non vederci, assecondando il nostro gioco. Ci bastava questo per credere di essere dei guardiani invisibili.
Oppure, ti ricordi quando una di quelle domeniche abbiamo assemblato acqua, terra, alghe e sassolini, per creare un tiramisù?
Bastava la fantasia di due bambini per trasformare il fango in un dessert.
Ti ricordi anche i loro sguardi? Volevano arrabbiarsi per le condizioni in cui ci eravamo ridotti, ma eravamo così teneri che finivano a scoppiare dal ridere.
Le loro voci, le loro risate, erano la nostra musica, il nostro senso di sicurezza.
Potevamo toccare la felicità con una mano.
Adesso invece è inverno da troppo tempo.
È difficile trovare qualcosa che duri per sempre. Di solito tutto passa e poco resta, se non ricordi che diventano sempre più sfocati, sempre più lontani. Fino a quando resta solo l’accettazione. Quella che non lascia spazio agli altrimenti.
Quei bambini si sono smarriti, persi in un bosco senza sapere come ci siano arrivati. L’erba è troppo alta per capire quale direzione prendere. E il sentiero che dovrebbe ricongiungerli, forse, non esisterà mai.
Non so come sia nato tutto, ricordo soltanto che un giorno mi interrogavo sul nostro rapporto, cercavo un termine che lo potesse definire, ti chiesi la differenza tra essere amici e essere fratelli, mi hai spiegato che era una questione di sangue, per me è ancora una questione di scelta.
Vorrei tornare indietro nel tempo, per ricordarmi anche solo lontanamente come si stava in estate. Forse non vorrei rivivere quei momenti, forse vorrei solo giocare a ‘non farmi vedere’ da quei due piccoli mostricciattoli creativi, per poterli osservare senza però essere visto. Per non spaventarli. Per non lasciare che vedano ciò che il futuro potrebbe fare di loro.
Vedrebbero un uomo solo anziché due.
È in quel momento che capisci quanto possa essere difficile vedere un’illusione scontrarsi con la realtà.
Pensare che un’amicizia possa essere eterna. Poi, un giorno, passarsi accanto, salutarsi e accorgersi di non avere più niente da dirsi.
Perché è già successo.
Non ho più avuto il coraggio di tornare nel nostro posto, perché ho paura di non riuscire più a vederlo come lo vedeva quel bambino che cerca di sopravvivere al tempo e al prezzo del diventare adulto.
Da allora non ci sono più tornato. Per me resterà sempre il posto delle fragole.
Ho continuato a chiedermi perché quella perdita facesse così male. Nessuno era morto. Nessuno se n’era andato davvero. Eppure continuavo a fare i conti con un’assenza. Qualcuno continuava a esistere, ma non apparteneva più alla mia vita.
È stato allora che ho capito una cosa che non avevo mai pensato prima.
I lutti non si vivono solo per i morti, ma anche e soprattutto per i vivi.
Siamo abituati a pensare che il lutto appartenga alla morte, ma ogni volta che un legame finisce siamo chiamati a confrontarci con una forma diversa di perdita. Una persona continua a esistere, ma smette di occupare il posto che aveva nella nostra vita. È proprio questa assenza a chiederci di essere elaborata.
In famiglia, così come in amore o in amicizia, quando un rapporto finisce, dobbiamo accettare che quella persona non farà più parte della nostra vita. È un distacco che può essere altrettanto doloroso, perché porta con sé un’assenza difficile da colmare.
Dobbiamo elaborare quel lutto per riuscire ad andare avanti e accettare la convivenza con l’assenza.
La morte e la perdita di un rapporto ci fanno vivere entrambe l’assenza, ma in modi molto diversi. Quando una persona muore, l’assenza che ne deriva rimane uniforme, poiché non possiamo fare nulla per cambiare le cose. È una realtà che dobbiamo accettare. Il lutto ci aiuta a riconoscere quella mancanza e a renderla parte della nostra storia. È un processo che, seppur doloroso, ci permette di andare avanti, accettando che certe cose non torneranno.
Nel caso della perdita di un rapporto, invece, l’assenza è più complessa. In questo caso infatti esiste la possibilità di un cambiamento, e questo alimenta una frustrazione profonda. Viviamo la tristezza per ciò che non esiste più, ma allo stesso tempo coltiviamo il desiderio di ciò che potrebbe tornare a essere o di ciò che sarebbe potuto essere.
Questo conflitto tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere ci fa sentire imprigionati in un continuo stato di incertezza. La frustrazione che ne deriva è difficile da gestire e solo attraverso un processo come il lutto, che ci obbliga a confrontarci con l’irreversibilità della perdita, possiamo affrontarla.
Il lutto, in questo contesto, diventa uno strumento essenziale. Non cancella la perdita, ma ci aiuta a riconoscerla per ciò che è.
Solo così possiamo smettere di vivere nella speranza che le cose tornino com’erano e imparare, lentamente, la convivenza con l’assenza.
Ma imparare a convivere con l’assenza significa anche ripensare il modo in cui viviamo i rapporti quando esistono ancora.
Ci viene spesso insegnato che ogni occasione vada colta, che ogni momento debba essere sfruttato, soprattutto con le persone che fanno parte della nostra vita. Ci viene detto che un giorno potremmo pentirci di non aver vissuto abbastanza qualcuno, che potremmo rimpiangere il tempo perso, e che per questo dovremmo sforzarci di esserci, di stare accanto, anche quando non lo sentiamo davvero.
Ma è davvero giusto vivere con questa pressione? No, non lo è.
La verità è che non sempre sentiamo il bisogno di condividere il nostro tempo con qualcuno, e non c’è nulla di sbagliato in questo. I legami non si misurano con la quantità di tempo trascorso insieme, né con la paura di avere rimorsi per non averli vissuti. Se in un determinato momento della nostra vita non sentiamo il bisogno di condividere il nostro tempo con una persona, dobbiamo avere il coraggio di ascoltarci.
Ascoltare le nostre sensazioni, perchè sono spesso pensieri che non hanno ancora trovato un linguaggio.
Ignorarle significa ignorare una parte di noi.
Forse, alla fine, il rimorso non nasce da ciò che non abbiamo fatto, ma dal non aver vissuto in sintonia con ciò che sentivamo in quel momento. E questo, più di ogni altra cosa, è ciò che dovremmo imparare ad accettare.
Accade spesso di fermarci per un secondo e, partendo da un odore, da un suono o da un luogo, immergerci in un viaggio lungo il viale dei ricordi.
Lungo questo viale troviamo frammenti della nostra vita. Alcuni luminosi, altri dolorosi. È inevitabile: la memoria non seleziona soltanto ciò che ci ha resi felici, ma anche ciò che ci ha cambiati.
Questi frammenti sono parti della nostra vita a cui vorremmo aggrapparci quando tutto cambia e si trasforma. Come se fossimo su una barca e cercassimo di gettare un’ancora in un oceano senza fondale, nel tentativo di fermare il tempo. Ma è proprio lì che ci scontriamo con la sua inevitabile corsa.
Ci sono ricordi che finiscono per diventare luoghi. Non tanto perché continuiamo a tornarci, ma perché smettiamo di farlo. Restano immobili nella memoria, protetti dal tempo proprio perché abbiamo paura che la realtà li trasformi.
Camminando lungo questo viale dei ricordi, ci accorgiamo che il passato non è mai davvero lontano. Ogni passo che facciamo, ogni sguardo che lanciamo in quella direzione, ci riporta a quei momenti che, pur essendo sfocati e lontani, non hanno mai cessato di essere vivi dentro di noi.
Ma non sono solo i ricordi di felicità che ci accompagnano: il viale è anche popolato dalle cicatrici, dai legami che si sono persi e dal lento scorrere del tempo che porta via ciò che ci sembrava indistruttibile.
E in questo viaggio attraverso il passato, ci scontriamo con la consapevolezza che quei momenti non torneranno più. La nostalgia diventa inevitabile, un compagno che ci cammina accanto, ma che non ci trattiene. È un incontro di luci e ombre, di gioia e dolore, e ci insegna che, pur volendo fermare il tempo, non possiamo farlo.
Possiamo solo custodire quei ricordi in uno spazio nella nostra memoria.
Solo molto tempo dopo ho scoperto che quel luogo della memoria aveva già un nome.
Bergman lo chiama Il posto delle fragole.
Nel film “Il posto delle fragole” il protagonista intraprende un viaggio che lo costringe a confrontarsi con il proprio passato. Il viaggio verso il paese della sua infanzia diventa un viaggio nella memoria, nei rimpianti e nel tempo trascorso.

Il posto delle fragole – 1957 – I. Bergman
Il posto delle fragole non è semplicemente un luogo dell’infanzia. È il luogo in cui la memoria continua a proteggerci da ciò che il tempo potrebbe cambiare. Ma proprio per questo rischia di diventare una prigione.
Ogni ricordo ha bisogno di essere custodito, ma nessun ricordo dovrebbe impedirci di vivere. È questo che Bergman racconta attraverso il viaggio di Isak Borg. Il passato può accompagnarci, ma non può diventare il luogo in cui scegliere di abitare.
Anche noi abbiamo il nostro posto delle fragole. Un luogo, una persona, un’estate, un profumo. Qualcosa che continuiamo a custodire perché temiamo che il presente possa cambiarne il significato. Ma vivere non significa rinunciare a quel luogo. Significa imparare a portarlo con noi, senza smettere di abitare il presente.
Il viale dei ricordi non è soltanto il luogo delle perdite. È anche il luogo in cui comprendiamo chi siamo diventati. Ogni ricordo, anche il più doloroso, continua a vivere dentro di noi non per trattenerci, ma per ricordarci il cammino che abbiamo percorso.
Le cicatrici e le perdite non esauriscono ciò che siamo. Continuano a raccontare una parte di noi, ma non tutta la nostra storia.
E l’assenza resta una presenza discreta, come un compagno silenzioso che viaggia con noi. Ci ricorda chi siamo stati, chi possiamo ancora essere. È la capacità di convivere con l’assenza a renderci davvero liberi. Liberi di ricordare.
Liberi di proseguire il nostro viaggio senza paura di voltare lo sguardo indietro.
Forse, alla fine, convivere con l’assenza significa proprio questo: imparare a portare con noi ciò che è stato, senza trasformarlo nella nostra prigione.
Il passato ci accompagna, ma il presente resta l’unico luogo in cui possiamo continuare a vivere.

